20 Giugno 2021

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TORINO – “FERRANTE APORTI” – Quel teatro che rinasce dentro le mura del carcere minorile

Torino avrà un nuovo teatro di quartiere, ma non sarà una sala come le altre perché questo spazio artistico verrà realizzato all’interno del carcere minorile e sarà gestito dai ragazzi reclusi. Le carceri sono generalmente percepite come degli spazi esterni e lontani. Le mura di cinta segnano un distacco netto tra chi sta dentro e chi sta fuori, come se le case circondariali non facessero pienamente parte della città. Eppure, il Ferrante Aporti si trova a poche fermate di tram dal centro città e anche i ragazzi ristretti appartengono alla nostra comunità. Il progetto WALLcoming, un nuovo teatro pubblico all’interno del carcere minorile di Torino, porta con sé un messaggio chiaro. Il carcere deve divenire trasparente davanti alla città e i ragazzi reclusi devono poter interagire con gli abitanti del quartiere, per favorire il loro reinserimento nella società. La casa di reclusione è uno specchio deformato che riflette (anche se in modo distorto e amplificato) i problemi della nostra società. L’arresto è per i minori oggi una misura estrema, ove possibile si cercano per i ragazzi delle misure alternative alla detenzione, come dei percorsi sanzionatori o l’inserimento in comunità di recupero.

Il Ferrante Aporti ospita mediamente tra i trenta e i quaranta ragazzi, sono tutti maschi perché non c’è la sezione femminile. Oltre ai ragazzi che hanno dai 14 ai 17 anni, la struttura accoglie anche giovani di età compresa tra i 18 e 24 anni che hanno commesso il reato quando erano minorenni. Tra i reclusi c’è una leggera prevalenza di giovani di origine straniera. Sono le seconde generazioni di immigrati e le nazionalità più ricorrenti sono il Marocco, la Romania, l’Albania e i Paesi dell’ex Jugoslavia. Tra i reati più comuni si registrano il furto, la rapina e le lesioni personali. Frequenti sono anche i reati legati allo spaccio di sostanze stupefacenti. Oltre a frequentare la scuola i giovani ristretti sono impegnati in varie attività ed eventi che un tempo venivano realizzati in un teatro presente all’interno del Ferrante Aporti. Quello era uno spazio importante, perché aveva assunto un ruolo centrale nella quotidianità dei ragazzi reclusi. Poi nel 2010, a seguito di alcuni lavori di ristrutturazione della struttura, il teatro viene completamente smantellato e al suo posto è rimasto un grande salone spoglio, ribattezzato dai ragazzi «la stanza del fumo», che accoglie non più di qualche sedia e due calcetti. La nuova sala è poco funzionale perché ha, tra le altre cose, dei grossi problemi di acustica e male si adatta agli eventi che, ciclicamente, si cerca di organizzare all’interno del carcere. Nasce così l’idea di trasformare quella grande sala sguarnita in uno spazio multifunzionale a vocazione prevalentemente teatrale. Un nuovo teatro di quartiere, interno all’Istituto ma aperto alla cittadinanza.

Il progetto ha coinvolto i ragazzi detenuti, che hanno partecipato attivamente alla progettazione della trasformazione degli spazi comuni interni al carcere. È stata quindi lanciata una campagna di crowdfunding, che nella prima fase ha già raccolto 17.000 euro e ha ottenuto la sponsorizzazione tecnica di alcune aziende, che hanno offerto dei materiali. Come Traiano Luce che ha donato i fari per il palco. In questi giorni verrà dato il via ai lavori. Dopo la sistemazione dell’acustica verrà allestita la scena, che sarà realizzata con delle pedane modulari. Infine, in via Berruti e Ferrero verrà issata un’insegna che renderà visibile il teatro alla città. La sala ha infatti il vantaggio di avere un ingresso che dà direttamente sulla strada, permettendo ai visitatori di entrare senza dover percorrere tutta la struttura carceraria. Nel corridoio attiguo alla sala c’è il laboratorio di arte bianca con dei forni, da qui l’idea di aprire anche una nuova pizzeria di quartiere dove i pizzaioli saranno i ragazzi del Ferrante. Racconta Simona Vernaglione, direttrice dell’Istituto: «All’inizio si pensava di realizzare il solito teatro interno, poi chiacchierando con gli operatori si è pensato a qualcosa di inclusivo, che non coinvolgesse solo gli ospiti dell’Istituto. Se noi vogliamo che un ragazzo rientri nella società lo dobbiamo far sentire parte della comunità anche durante la fase detentiva, perché fai parte della città quotidianamente, non solo il giorno in cui vieni scarcerato. Anche la città non ci deve vedere semplicemente come un muro di cinta, ma ci deve percepire come un pezzo del suo quartiere».

L’idea è quella di realizzare un vero centro polifunzionale che può ospitare anche dei convegni sulle problematiche giovanili come la violenza e il bullismo. «È un progetto che io amo moltissimo – aggiunge la direttrice – perché è l’espressione di quello che cerchiamo di fare quotidianamente. Proviamo a riaccompagnare verso l’esterno un ragazzo che ha avuto delle difficoltà famigliari, economiche o ambientali e ha commesso degli errori o degli incidenti di percorso. Per insegnarti a nuotare devo portarti al mare, per questo bisogna dare a questi ragazzi delle opportunità per non farli sentire esclusi o dimenticati».

 

 

 

 

Fonte: torino.corriere.it

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