di Leo Beneduci_ C’erano una volta un direttore generale del personale del Dap e un capo del Dap. Diceva, con evidente soddisfazione, il capo del Dap, parlando del capo del personale: “è un vero stakanovista, a differenza degli altri dirigenti, lo trovo sempre, in qualsiasi orario, in ufficio”. Il libro del direttore generale del personale del Dap uscì un paio di mesi dopo! Detto per inciso, sarebbe poi stato lo stesso capo del Dap a scegliere quale nuovo capo del personale il pressochè neo-Provveditore della Calabria perché “estraneo” a qualsiasi influenza o gioco politico (sic!). Da allora non è cambiato granché, chi ha avuto responsabilità dirette nella gestione del sistema penitenziario per anni, oggi continua a presentarsi “al pubblico” come il suo critico più feroce e il bersaglio più facile da colpire in quanto priva di difesa ‘istituzionale’ è, come al solito, la Polizia Penitenziaria. Un esercizio di autoassoluzione travestito da analisi, dove gli ex dirigenti amministrativi, si riciclano e pontificano quali maestri del “come dovrebbe essere”, dimenticando com’era quando comandavano loro. È il teatro dei profeti del dopo, quelli che hanno firmato ordini, gestito provveditorati, guidato il DAP, e ora parlano come se fossero appena scesi da Marte. Il carcere sarebbe senza visione? La rieducazione sarebbe impossibile? Gli istituti sarebbero al collasso? Grazie della scoperta. Peccato che tutto questo sia accaduto mentre loro erano al timone. E mentre i maestrini filosofeggiano, i poliziotti di trincea continuano a fare turni impossibili, a reggere sezioni esplosive, a subire aggressioni, a tenere in piedi un sistema che altri hanno lasciato marcire. I poliziotti di trincea non hanno tempo per le cattedre: hanno celle da aprire, sezioni da contenere, vite da proteggere. La verità è semplice: chi ha avuto il potere di cambiare e ha agito al contrario degli interessi comuni, non può oggi fare il commentatore neutrale. Non può parlare di rieducazione ignorando la custodia cautelare. Non può fare il pedagogista dopo aver amministrato il disastro. Non può salire in cattedra quando dovrebbe sedersi tra i responsabili. L’OSAPP non accetta lezioni da chi ha contribuito concretamente al fallimento. Non accetta la retorica dei salvatori tardivi. Non accetta che la memoria venga riscritta per convenienza. I poliziotti di trincea non chiedono prediche. Chiedono verità. E soprattutto chiedono che chi ha governato il sistema la smetta, almeno, di comportarsi come se non ne facesse parte. E un avvertimento, chiaro e senza veli, lo rivolgiamo al al Sottosegretario Delmastro: va bene giocare a bigliardino con i colleghi fino a tarda notte, ma attenzione a quel regolamento che resta nel cassetto. Perché nella storia penitenziaria italiana la distanza tra “gestore” e “professore del dopo” è sempre più breve di quanto si creda. E il prossimo a salire in cattedra per autoassolversi rischia di essere proprio chi oggi trattiene ciò che dovrebbe finalmente vedere la luce. Per concludere, la prossima volta dopo: “indagine sul collasso della Polizia Penitenziaria”, l’ex Pietro Buffa sarebbe il caso che si soffermasse sull’insipienza dei dirigenti amministrativi, meglio se provveditori. Un abbraccio come mille abbracci._ Nota per le redazioni_ Si autorizza la libera riproduzione del presente comunicato citando la fonte “OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria”. Interviste con il Segretario Generale OSAPP Leo Beneduci, disponibili previa richiesta, scrivere a osappoggi@gmail.com .
Leo Beneduci – Segretario Generale OSAPP
OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria
Ufficio Stampa OSAPP

