di Leo Beneduci_ C’è una verità scomoda che attraversa ogni giorno i corridoi degli istituti penitenziari, una realtà che ogni poliziotto di trincea conosce bene ma che raramente viene raccontata ad alta voce: l’Amministrazione Penitenziaria ha scelto da che parte stare, e non è dalla parte di chi garantisce ogni giorno ordine e sicurezza. Basta osservare i tempi di reazione per capirlo. Quando un detenuto presenta un esposto contro il personale, in meno di 24 ore DAP e PRAP si mobilitano, chiedono chiarimenti, relazioni urgenti, avviano accertamenti con una velocità che lascia senza fiato. La macchina burocratica, solitamente lenta quando si tratta delle segnalazioni dei poliziotti, si trasforma improvvisamente in un meccanismo di precisione svizzera, tutto per verificare le lamentele solo ed esclusivamente dei detenuti.
Un detenuto non riceve la mercede? Il PRAP chiede chiarimenti immediati. Un poliziotto non riceve gli straordinari? Deve aspettare mesi. È così semplice e così vergognoso allo stesso tempo. Ma cosa succede quando è un agente a subire un’aggressione, quando un comandante segnala ai superiori uffici la necessità di verificare la storia penitenziaria dell’aggressore, quando segnala comportamenti problematici che mettono a rischio l’incolumità di tutti? Il silenzio. L’indifferenza. La lentezza burocratica torna ad essere la regola, come se improvvisamente l’urgenza non esistesse più. Un detenuto ottiene il trasferimento per i colloqui familiari in pochi giorni, un agente che chiede un distacco per l’inserimento scolastico dei figli aspetta mesi senza ricevere nemmeno una risposta. La legge 241 del 1990 stabilisce, in mancanza di espressa disposizione, un termine di trenta giorni per le risposte, ma evidentemente esistono cittadini di serie A e cittadini di serie B, e i poliziotti penitenziari appartengono decisamente alla seconda categoria. L’assurdo è che se un detenuto dichiara semplicemente di “non sentirsi a suo agio” in un istituto, ottiene il trasferimento senza particolari verifiche, mentre se un comandante presenta una relazione dettagliata su gravi incompatibilità che minacciano l’ordine e la sicurezza, i Provveditorati sembrano sordi e ciechi. Chi crea problemi viene tutelato e ascoltato, chi li risolve quotidianamente viene ignorato. Questo meccanismo perverso non è casuale, è il risultato di una precisa scelta politica e amministrativa: i burocrati del DAP e dei PRAP vogliono solo “mettersi con le carte a posto”, apparire presenti e controllori, senza mai andare davvero all’origine dei problemi. Il paradosso raggiunge l’apice quando si considera che la Polizia Penitenziaria, di fronte a un’emergenza, non esita mai: trasferisce il detenuto per ordine e sicurezza, interviene con fermezza per ripristinare l’ordine, si assume ogni responsabilità operativa e legale. Ma appena quello stesso detenuto problematico presenta un esposto, ecco che la stessa amministrazione che era assente durante la crisi diventa fulminea negli accertamenti. Perché questa tabella di marcia, questa solerzia non avviene mai nelle questioni dei poliziotti? È una logica kafkiana: chi previene e risolve i problemi diventa il problema, mentre chi li genera diventa la vittima da tutelare. L’unico momento in cui DAP e PRAP mostrano vera efficienza verso il personale sono le ispezioni e i procedimenti disciplinari, confermando che la rapidità amministrativa esiste, ma viene utilizzata solo in una direzione: contro i poliziotti. Questa disparità di trattamento non è solo profondamente ingiusta, è anche pericolosa perché demotiva chi lavora in prima linea, incentiva comportamenti problematici tra i detenuti che capiscono perfettamente quale sia il vento che tira, mina l’autorevolezza dell’istituzione e alla fine compromette la sicurezza di tutti, detenuti compresi. La Polizia Penitenziaria merita rispetto, tutela e pari dignità, non di essere sempre sotto processo mentre chi crea i problemi viene sistematicamente protetto. L’Amministrazione deve scegliere se continuare con questa politica del doppio standard o iniziare finalmente a tutelare chi garantisce ogni giorno che il sistema funzioni. Due pesi e due misure non possono essere il marchio di fabbrica di un’istituzione che dovrebbe incarnare la giustizia.
Il fuoco amico deve finire. È ora di stare dalla parte giusta della storia.
Un caloroso e fraterno saluto a tutti.
Leo Beneduci – Segretario Generale OSAPP
OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria
Ufficio Stampa OSAPP

