di Leo Beneduci_ Superiore. Un termine che un tempo era un eccesso, un residuo pre-costituzionale, un modo teatrale per marcare la distanza tra detenuto e agente. Era giusto che venisse dismesso. Era giusto che sparisse dal linguaggio quotidiano. Era giusto che l’intonazione personalista della Costituzione correggesse quella forma. Ma attenzione: è stato abolito il termine, non l’autorità della Polizia penitenziaria. Perché l’autorità vera, quella che la legge riconosce, quella che discende direttamente dagli ordini del giudice, è nelle attribuzioni della Polizia Penitenziaria che esercita poteri sovrani sul piano della coercibilità. Il giudice ordina. La Polizia Penitenziaria esegue.
Questo è il cuore della sovranità dello Stato dentro il carcere. Non c’è un terzo soggetto. Non c’è un intermediario.
Non c’è un “superiore ufficio” amministrativo che possa inserirsi, ingerirsi E invece è proprio ciò che è accaduto. Abolito il termine “superiore” nelle sezioni, la burocrazia se l’è tenuto stretto negli uffici. Lì il “superiore” non è morto: è diventato immortale e pretende di essere chiamato cosi dai poliziotti. Lì prosperano le Autorità Dirigenti, gli Uffici Superiori, le auto-proclamazioni che non derivano da poteri reali ma da carta intestata. È un’invasione silenziosa: tra il giudice e l’agente si è infilato uno strato di funzionari che non hanno poteri sovrani, ma si comportano come se li avessero. Interpretano, filtrano, rallentano, riscrivono, sovrappongono. E così soffocano l’unica autorità che esiste davvero. Perché la verità è semplice: in carcere l’unica autorità sovrana è quella di polizia.
Non quella amministrativa. Non quella dirigenziale. Non quella che si firma solo col cognome. Non quella che si auto-incorona “superiore”. E mentre l’autorità vera viene compressa, quella finta prolifera. Negli uffici si coltivano titoli, non responsabilità. Si difendono firme, non reparti. Si proteggono procedure, non persone. Intanto TORINO, AVELLINO, PERUGIA, SANGIMIGNANO PRATO, TERNI, FOGGIA, PALERMO sono diventati sinonimi di reparti allo stremo, dove la sovranità dello Stato è esercitata solo da chi indossa la divisa, mentre chi dovrebbe supportare si limita a osservare. Il risultato è un sistema capovolto:
– abolito il termine,
– soffocata l’autorità,
– moltiplicati i titoli finti,
– degradati i poteri veri.
Il “superiore” vero è morto dove serviva. Il “superiore” finto è immortale dove non serve. E finché la burocrazia continuerà a infestare l’autorità operativa, il carcere resterà un luogo dove i titoli comandano e la legge obbedisce.
Servono i comandi regionali, il vero coordinamento della Polizia Penitenziaria per le funzioni che solo gli appartenenti al Corpo e non altri possono e devono esercitare. Il mancato riconoscimento di tale esigenza urgente nel 2026, significherà la perdita di qualsiasi possibile efficienza e funzionalità di un sistema che ha non rappresenta più un presidio di sicurezza e di legalità per la Collettività. Un abbraccio come mille abbracci. _ Nota per le redazioni_ Si autorizza la libera riproduzione del presente comunicato citando la fonte “OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria”. Interviste con il Segretario Generale OSAPP Leo Beneduci, disponibili previa richiesta, scrivere a osappoggi@gmail.com .
Leo Beneduci – Segretario Generale OSAPP
OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria
Ufficio Stampa OSAPP

