di Leo Beneduci_ Mi racconta, un po’ ironicamente, il collega: “i giovani palestrati stanno tutti i giorni ad allenarsi perché fanno parte del GIO o del GIR, mentre gli anziani (con la pancia ndr.) stanno nelle sezioni detentive a combattere con i detenuti.” Una battuta, quella del collega, che mi ricorda il famoso detto (napoletano?): “le sciabole stanno appese mentre i foderi combattono”. Ma sciabole o foderi che siano, fermo restando che è opportuno per tutti tenersi in forma adeguata, è innegabile che soprattutto nel lavoro della Polizia Penitenziaria non conviene mai ‘innamorarsi’ di progetti, all’apparenza brillanti e risolutivi, che però il tempo e i fatti contraddicono. E, ciò accade anche perché, a parte le condizioni esistenti, occorre poi fare i conti con chi di tali progetti si dovrebbe avvalere.
Succede che i PRAP, ad esempio, continuino a gestire la sicurezza come se fosse un esercizio di stile amministrativo: scambiano detenuti violenti tra istituti, li muovono come pedine, li ricollocano senza ridurre la loro pericolosità. È una rotazione che non disinnesca nulla, anzi: distribuisce la minaccia, la alimenta e rimette in circolo, la sposta da una trincea detentiva all’altra lasciando ogni sede esposta allo stesso livello di rischio. Mentre i PRAP muovono i detenuti, il peso ricade sempre sugli stessi poliziotti, quelli che aprono le sezioni, che entrano nelle celle, che fronteggiano la violenza senza sfollagente, protezioni già indossate perché l’evento critico è improvviso. Sono loro a reggere l’urto iniziale, spesso da soli, spesso senza i numeri necessari, spesso senza dotazioni adeguate. Nel frattempo il Gruppo di Intervento se e quando arriva lo fa quando la situazione è già esplosa. Non per inefficienza, ma per struttura: non presidia gli istituti, non opera H24, non può intervenire nel minuto in cui la criticità nasce. Quando il GIO/GIR entrano in scena, il danno è già fatto, la tensione è già andata fuori controllo, la trincea ha già pagato il prezzo e i rivoltosi, quasi sempre, sono stati già convinti a desistere, così che quando arrivano gli agenti da fuori, barbati e inquadrati di tutto punto, ai detenuti non resta che alzare le mani ed assecondare le ulteriori operazioni. Si tratterebbe, quindi, di “reparti d’élite” chiamati (quando li chiamano) a spegnere incendi spesso già spenti, ovvero che avrebbero potuto estinguersi per tempo con pochi danni, se il sistema avesse avuto il coraggio di costruire presidi locali, stabili, addestrati e presenti. E così, mentre l’amministrazione sposta i problemi e attende rinforzi che arrivano sempre dopo, il rischio resta intrappolato dove nessuno vuole guardare: nelle mani di coloro che operano in trincea, gli unici che non possono spostarsi, gli unici che non possono scegliere, gli unici che affrontano la violenza senza scudi e senza retorica. Sono loro l’argine reale, l’unico, quello che il sistema dà per scontato mentre continua a muovere pedine invece di costruire soluzioni. Non parliamo, quindi, di impoverimento degli organici attivi verso situazioni di privilegio, perché non è quella la finalità della costituzione dei Gruppi ed anche Noi abbiamo applaudito al progetto, ma tenere comunque in piedi, senza correttivi, qualcosa che non funziona come e quando dovrebbe che senso ha? Nell’auspicio che Qualcuno rifletta adeguatamente e per tempo, un abbraccio fraterno a tutti. _ Nota per le redazioni_ Si autorizza la libera riproduzione del presente comunicato citando la fonte “OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria”. Interviste con il Segretario Generale OSAPP Leo Beneduci, disponibili previa richiesta, scrivere a osappoggi@gmail.com .
Leo Beneduci – Segretario Generale OSAPP
OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria
Ufficio Stampa OSAPP

