di Leo Beneduci_ Chissà perché per le carceri le litanie recitate da anni, spesso d’estate ma anche in occasione di festività quali la Pasqua e il Natale, sono sempre le stesse e sempre con gli stessi protagonisti che cambiano di poco: il Presidente della Repubblica, il Santo Padre, il segretario del partito X, associazioni e garanti vari, giuristi, persino ieri sui giornali e per la terza volta il Presidente del Senato. Hanno tutti ragione, tutti utilizzano argomenti inconfutabili: il 30% dei detenuti oltre le capienze, la fatiscenza delle infrastrutture, il caldo insopportabile, suicidi e mancanza di assistenza fisica e morale, che fanno sì che in carcere non si sconti soltanto la pena della privazione della libertà ma se ne subiscano di ulteriori completamente ingiustificate. Eppure da un anno all’altro, da un appello accorato e autorevole all’altro, è cambiato ben poco per le carceri, tranne iniziative datate quali l’indulto (19 anni fa), o la depenalizzazione di qualche reato e la contemporanea introduzione di tanti altri, o quella di cui si riparla dell’ampliamento dei periodi di liberazione anticipata, tutte misure utili e tutte inefficaci a lungo andare. Troppo complicato per le carceri italiane porsi in una prospettiva più idonea e completa, quando le formule, i proclami e le denunce fino ad oggi utilizzate anche in sede politica si sono dimostrati, almeno nel tempo, del tutto fallimentari e inadatti a rendere le carceri quello che la legge prescrive, prima di tutte la Costituzione? Forse qualcosa di fondamentale è stato sempre trascurato e questo qualcosa ha un nome preciso: la totale mancanza di considerazione dell’importanza e del valore della Polizia Penitenziaria che in ragione della quarantennale noncuranza dei veri vertici gerarchici, i direttori penitenziari (che quando dovevano e potevano, ex art.40 della Legge 395/1990 si sono opposti all’unificazione) che da sempre hanno in mano l’Amministrazione penitenziaria, al centro come sul territorio nazionale, cosicché il Corpo è diventata la Cenerentola, la sorella povera delle altre Forze di Polizia e delle altre aree dell’amministrazione penitenziaria. Anche i poliziotti penitenziari subiscono le conseguenze dell’incuria, della fatiscenza della infrastrutture e della grave calura, ma nessuno dei proclami politico-istituzionali che si ripetono da anni e anni, sempre uguali quanto sostanzialmente inutili, ne ha mai tenuto conto né ha mai citato gli appartenenti al Corpo quali ulteriori vittime della inconsistenza organizzativo-funzionale del sistema, come se non fosse vero che un’Amministrazione alle loro spalle nella realtà non ci sia. Assai spesso la condanna al carcere, a questo tipo di carcere, che i poliziotti penitenziari subiscono è di gran lunga superiore a quella della maggior parte dei detenuti e non è una giustificazione il fatto che tanto (forse) i poliziotti penitenziari dal carcere escono avendo una propria vita all’esterno, perché tale possibilità è compensata, in negativo, dai costanti rischi e dalle crescenti tensioni nel servizio, oltre che da inaccettabili carichi di lavoro di 10 o anche più ore giornaliere consecutive. Infatti, si dice sempre che in carcere la sicurezza è il presupposto del trattamento, ma quando un educatore non sale in sezione a parlare con il detenuto perché ha paura o perché preferisce rimanere nel suo ufficio climatizzato, il basco azzurro diventa automaticamente il bersaglio della frustrazione del ristretto che non può esprimere il suo malcontento contro chi dovrebbe seguirlo ma non si fa mai vedere. Si proclama che i detenuti debbano ricevere cure adeguate all’interno del carcere, ma quando un giovane medico laureato da poco prescrive che un ristretto con un ginocchio abraso durante una partita di calcetto deve andare al pronto soccorso e certifica per imminente pericolo di vita una escoriazione superficiale, l’ordine va comunque eseguito anche se è palesemente una strategia di medicina difensiva che scarica responsabilità e costi sul sistema sanitario territoriale, mentre la Polizia Penitenziaria deve organizzare scorte, sottrarre personale ai servizi essenziali e garantire la sicurezza di trasferimenti del tutto inappropriati. Se l’area contabile non paga le mercedi ai detenuti lavoranti o non fornisce le sigarette previste dal regolamento, creando malcontento e tensioni, la Polizia Penitenziaria deve comunque garantire la sicurezza e gestire i disordini che ne conseguono, diventando lo scudo delle inefficienze altrui senza avere alcun potere decisionale sui fattori scatenanti.
Ciò nonostante, hanno trasformato il Corpo di Polizia Penitenziaria da forza di polizia specializzata, da tutelare e da rafforzare anche all’esterno delle carceri e nelle attività propedeutiche ad un reale reinserimento sociale dei detenuti (che tranne rare eccezioni non c’era, non c’è e non ci sarà) nello scudo delle inefficienze delle altre aree, nel capro espiatorio di ogni disfunzione del sistema, benché il Corpo costituisse il presupposto fondamentale su cui costruire qualsiasi riforma seria del sistema penitenziario. Peraltro, in tempi recenti, una diversa sensibilità politica ha offerto nuove opportunità alla Polizia Penitenziaria, inserendola finalmente nelle cabine di regia del DAP e riconoscendole un ruolo centrale che non aveva mai avuto prima; per la prima volta nella storia dell’amministrazione penitenziaria i “baschi azzurri” si trovavano in posti di comando dove esisterebbe la possibilità concreta di determinare le scelte strategiche del sistema carcerario, di uscire dalla condizione di eterna sudditanza e diventare davvero il motore che traina tutto il resto. Ciò nonostante, tutto è rimasto invariato, anzi e per certi versi è peggiorato, perché gli attuali vertici interni al Corpo, anch’essi subalterni e succubi nonché a volte repliche essi stessi di coloro che hanno determinato la decadenza del Corpo, forse perché troppo affascinati dalla evanescente possibilità di promozioni ed incarichi di prestigio, non si sono ancora dimostrati in grado di anteporre gli interessi generali della Polizia Penitenziaria ai propri per definire e difendere il ruolo centrale che le spetterebbe nell’ecosistema carcerario e nella sicurezza pubblica. Certamente, oggi la politica ha aperto una corsia preferenziale, ha offerto gli spiragli di trasformazione, ma non ha compiuto ancora gli ulteriori indispensabili passi, forse perché troppi gli interessi ed i “poteri” che vi si opporrebbero, ad esempio attraverso l’abolizione dell’ingiusta ed ingiustificata dipendenza gerarchica e non solo funzionale dei poliziotti penitenziari dai direttori penitenziari, caso più unico che raro di una Forza di Polizia che dipende gerarchicamente da chi non possiede qualifiche di Polizia di sorta né riveste la stessa uniforme, oppure, stante la comprovata inefficienza-inerzia degli attuali Provveditori che, ahinoi, permangono nella propria completa intangibilità, mediante l’istituzione di organismi regionali indipendenti specificamente dedicati alla gestione-organizzazione dei Reparto del Corpo. Ai tempi che sono stati abbiamo lottato duramente (anche se qualcuno se l’è dimenticato) perché alla incompleta Riforma del 1990, che ancora in parte lo è, fosse aggiunta la possibilità per la Polizia Penitenziaria di avere propri vertici interni omologhi e di pari dignità con quelli delle altre Forze di Polizia, adesso e dopo un quarto di secolo attendiamo che essi siano veramente, per tutti gli appartenenti al Corpo nessuno escluso, quello che noi ci aspettavamo nonché che la politica consenta la piena rinascita della Polizia Penitenziaria nell’interesse di tutti i cittadini.
Fraterni Saluti a tutti.
Leo Beneduci – Segretario Generale OSAPP
Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria
Ufficio Stampa OSAPP

