di Leo Beneduci_ Di ieri la notizia dell’avvenuta e pesante condanna in Appello di alcuni Colleghi per presunte torture in uno dei carcere più importanti sul territorio nazionale e altre, riteniamo, arriveranno mentre proseguono i relativi e clamorosi processi (tipo quello di Santa Maria Capua Vetere). Quello che purtroppo la Magistratura, forte della ‘convinzione’ che la responsabilità penale per quanto riguarda le carceri sia solo personale, non capirà mai che, oltre gli abusi esistono le colpe di apparato (delle scrivanie e dei vertici) che abbandonandoti a te stesso e lasciandoti tutti i giorni alla mercé dei detenuti più reiteratamente violenti e legati agli interessi criminali (sempre in assoluta promiscuità e non separati degli altri), ti induce a sbagliare. E i vertici, come ben sappiamo, si salvano sempre, anche dal punto di vista della carriera. È quindi nella stessa logica che da settimane riceviamo segnalazioni preoccupanti che descrivono un meccanismo tanto lineare quanto inaccettabile, in cui qualcuno (il Provveditorato per la Toscana tra gli altri) avrebbe attivato una procedura di messa in mora automatica del personale ogni volta che accade un evento potenzialmente suscettibile di contenzioso (risarcimento danni soprattutto). Non un’analisi, non una verifica, non un accertamento delle condizioni reali. Una reazione riflessa, quasi burocraticamente pavloviana, che ha un solo esito: trasformare l’agente di trincea nel colpevole designato di tutto ciò che l’Amministrazione non vuole affrontare. Il risultato è un paradosso che sfiora l’assurdo. Se un detenuto scivola in doccia, la colpa si presume dell’agente. Se un detenuto viene picchiato da altri ristretti, la colpa si presume dell’agente. Se un detenuto cade dal letto perché mancano le spondine o perché la struttura è fatiscente, la colpa si presume dell’agente. Non importa se la doccia è scivolosa da anni, se la manutenzione è inesistente, se l’Ufficio Tecnico del PRAP non interviene, se la sezione è sovraffollata, se gli impianti sono compromessi, se le condizioni materiali violano ogni standard. L’unica costante è la stessa: la responsabilità viene cucita addosso a chi non ha alcun potere di incidere sulle cause. È un modo comodo per costruirsi uno “scudo legale” a costo zero: l’Amministrazione si autoassolve, il Provveditorato si tutela, e il personale diventa il bersaglio giudiziario di criticità che non ha generato. Una dinamica che deresponsabilizza i livelli tecnici e dirigenziali, che dovrebbero intervenire sulle cause strutturali, e che invece si limitano a colpire l’ultimo anello della catena, quello che ogni giorno tiene in piedi un sistema che altrimenti collasserebbe. Eppure le fonti reali del contenzioso sono note, documentate e incontrovertibili. Strutture degradate, infiltrazioni, muffa, impianti malfunzionanti, microclima inadeguato, disfunzioni sanitarie, invii ospedalieri impropri, assenza di celle idonee, gestione impossibile dei detenuti violenti, circolazione di telefoni e sostanze, insidie ambientali che generano infortuni, sovraffollamento racket che amplifica ogni criticità. Tutti elementi che la giurisprudenza – nazionale e sovranazionale – riconduce alla responsabilità dell’Amministrazione, non certo dell’agente che opera in un contesto che non può modificare e che spesso subisce al pari dell’utenza. La procedura di messa in mora automatizzata non è solo ingiusta: è inefficace, perché non affronta le cause; è pericolosa, perché deresponsabilizza chi dovrebbe intervenire; è miope, perché ignora la presunzione di inadempimento che grava sull’Amministrazione nei procedimenti ex art. 35-ter O.P.; ed è dannosa, perché trasforma i poliziotti di trincea nel capro espiatorio di criticità che non dipendono da loro. Questo è il punto politico e sindacale: non si può costruire la tutela dell’Amministrazione sulla pelle del Corpo di Polizia Penitenziaria. Non si può trasformare l’agente in un bersaglio permanente. Non si può pretendere che il personale risponda di ciò che l’Amministrazione non fa, non vede o non vuole affrontare. L’OSAPP sarà sempre lo scudo dei poliziotti continuerà a denunciare questa deriva, senza attenuanti e senza timori, perché la responsabilità non si scarica verso il basso: si assume, si governa, si esercita. E chi oggi pensa di proteggersi mettendo in mora il personale, domani dovrà spiegare perché ha lasciato intatte le cause che generano il contenzioso. E nel marciume delle galere vige il D.Lgs. 81/08 a tutela della sicurezza dei lavoratori. L’OSAPP ha già diffidato i Provveditori regionali acchè forniscano tutti i dati a dimostrazione del degrado e nei confronti dei dirigenti generali che, forti della propria presunta intangibilità, si erano opposti, ha avuto ragione nei ricorsi presso le Commissioni per l’accesso agli atti. Proseguiremo, quindi, presso le competenti sedi di Giustizia contro il degrado e lo ‘sfruttamento’ dei poliziotti penitenziari. Un fraterno abbraccio a tutti._ Nota per le redazioni_ Si autorizza la libera riproduzione del presente comunicato citando la fonte “OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria”. Interviste con il Segretario Generale OSAPP Leo Beneduci, disponibili previa richiesta, scrivere a osappoggi@gmail.com .
Leo Beneduci – Segretario Generale OSAPP
OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria
Ufficio Stampa OSAPP

