di Leo Beneduci_ Il film con Lillo Petrolo su Netflix, “Tutta colpa del rock”, da pellicola comica che dovrebbe essere è diventato, di fatto, un documentario sulle carceri reali; mentre oggi i vertici romani attendono dal territorio immagini da body cam che non arriveranno, la pellicola cinematografica mostra esattamente ciò che a Largo Daga n.2 e a via Arenula n.70, sempre a Roma preferiscono ignorare, o peggio, non riescono più a comprendere. E invece di chiedersi perché dagli istituti — sempre caricati sul binario unico del disciplinar-express – unico treno che parta sempre puntuale — pervenga assai poco, si prepara l’ennesima caccia al colpevole. Mentre per le 11 odierne, secondo voci di ascensore, si attendevano gli esiti della sperimentazione delle body cam, il film di cui Lillo è protagonista probabilmente realizzato con la collaborazione del DAP, che avrebbe fornito supporto e location, racconta la realtà penitenziaria meglio di qualunque relazione ufficiale. È una commedia solo in apparenza, perché per far ridere deve partire dal vero: farmaci e soprattutto psico-farmaci ovunque, detenuti che “spanzano” e/o aggrediscono gli altri per regolare i conti a modo loro, dirigenti isterici che pensano solo alla carriera e non all’istituto che gestiscono, sottosegretari in cerca di visibilità, sovrintendenti che sognano di “evadere”. E’ da ridere ma, purtroppo, non è satira: è cronaca travestita. Eppure proprio chi ha autorizzato la pellicola sembra essere l’unico a non riconoscersi in ciò che ha approvato (qualora non avesse approvato e non ne avesse avuto notizia in via preventiva è persino peggio). Se un film comico deve riprodurre la realtà quasi alla lettera per risultare credibile e degno di ilarità , allora il problema non è il cinema: sono gli imperituri del DAP che non capiscono cosa accade davvero nelle carceri. Intanto al terzo piano, sulla solita poltrona magica, c’è chi forse si compiace mentre sul territorio si piange. “le hanno attivate in pochi”, dicono. E infatti il vertice politico e il Capo attendono di “sapere cosa succede”, perché hanno visto poco o niente: nessuna immagine utile, eventi critici ormai inseriti col contagocce perché trasformatisi in boomerang disciplinari per chi li affronta, nessuna operazione programmata documentata. Le body cam consegnate a caso nascono già come strumenti da proteggere: i detenuti rompono senza esitazione le telecamere fisse, figuriamoci quelle indossate dagli agenti esposti ad aggressioni disconnettenti. E sempre per restare nel mondo dello spettacolo, qualcuno fino a ieri voleva pure coinvolgere Pino Insegno nella formazione. A questo punto, per restare aderenti alla realtà, era meglio chiamare Lillo Petrolo e chi ha scritto la sceneggiatura del film, che sembrano conoscerne parecchie sulla realtà carceraria italiana. La verità è semplice: il film non supera la realtà, la fotografa. E se una commedia riesce a raccontare il carcere meglio delle istituzioni che lo governano, allora il problema non è il cinema. Il problema è che delle carceri di oggi, forse, si può ridere dall’esterno, ma per chi ci vive e ci lavora non c’è nulla da ridere, soprattutto perché chi dovrebbe intervenire continua a guardare altrove. OsappOggi quale blog e l’OSAPP quale Sindacato continueranno a descriverlo e a denunciarlo, senza preventiva sceneggiature e senza effetti speciali. Solo realtà. Quella che altri fingono di non vedere. Un abbraccio come mille abbracci._ Nota per le redazioni_ Si autorizza la libera riproduzione del presente comunicato citando la fonte “OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria”. Interviste con il Segretario Generale OSAPP Leo Beneduci, disponibili previa richiesta, scrivere a osappoggi@gmail.com .
Leo Beneduci – Segretario Generale OSAPP
OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria
Ufficio Stampa OSAPP

