di Leo Beneduci_ Nei corridoi del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria a Roma e dei Provveditorati si consuma quotidianamente un paradosso che mortifica i principi di lealtà, correttezza e collaborazione, in una tempesta di errori nascosta dalla quiete burocratica. Quando i vertici di istituti penitenziari grazie al contributo dei loro collaboratori portano in superficie le disfunzioni del DAP e dei PRAP, segnalando errori umani ma evidenti come i trasferimenti sbagliati, le incompatibilità trascurate, le richieste illegittime o i provvedimenti emessi in mancanza dei presupposti di legge o della copertura finanziaria, anziché accogliere la segnalazione, correggere l’errore o evitare pretese, alcuni dirigenti generali di vario livello e/o i loro stretti collaboratori, ovviamente, a cominciare dal terzo piano che in materia ha fatto “scuola” e tuttora insegna, scelgono la strada della vendetta trasformando il dovere professionale in una specie di duello ad armi impari contro chi ha osato disturbare la loro autoreferenzialità. Si giunge al paradosso delle gerarchie rovesciate dove un ispettore di un istituto penitenziario vale assai meno dell’ultimo agente del provveditorato che telefona dicendo “chiamo dal PRAP, domani mattina dovete mettere una macchina a disposizione perché il nostro direttore (fantozzianamente illustrissima eccellenza, ConteDuca nonché megadirettore galattico) – che, bontà sua, non sale su taxi o autobus come i comuni mortali – deve andare alla stazione e prendere il treno per Roma” senza mai declinare la propria qualifica perché parla il “superiore” ufficio e loro si immedesimano nell’istituzione, anziché rappresentarla con rispetto, correttezza e lealtà. Magari chi parla è l’agente Rossi e dall’altro lato della cornetta c’è un dirigente impegnato nella gestione di un evento critico che subisce l’imbarazzo di richieste irregolari formulate con l’arroganza di un “potere” non scritto né previsto ma comunque assai più forte delle regole. Questi dirigenti e i loro collaboratori preferiscono dichiarare guerra ad armi impari a chi ha fatto semplicemente il proprio dovere, nel rispetto dei principi che dovrebbero guidare ogni pubblico ufficiale, difendendo a spada tratta i loro errori e negando l’evidenza dei fatti anche quando la realtà è sotto gli occhi di tutti, usando l’anonimato quale scudo dietro cui nascondere responsabilità e incompetenze. I vertici dirigenziali, quelli che ad esempio sono soliti farsi definire “autorità dirigente” e che si firmano solo con il cognome come il Presidente della Repubblica (anche per questo, da una vita, come OSAPP sosteniamo che ogni carcere è una repubblica a se – sic!) dovrebbero avere rispetto per chi lavora nelle trincee negli istituti penitenziari, riconoscendo che, ad esempio, segnalare un errore non è un atto di insubordinazione ma un dovere professionale che merita considerazione e non rappresaglie, perché chi amministra la giustizia dovrebbe essere il primo a rispettare i principi di “giustizia”, evitando di mettere in imbarazzo chi ha il pregio di avere a cuore la Polizia Penitenziaria. Per questo, prima che la china intrapresa diventi baratro incolmabile (non manca molto), chi detiene poteri e volontà legittimi è ora che intervenga su questi signori degli “alti castelli-uffici” provvedendo a ridimensionare la loro arroganza e autoreferenzialità e ristabilendo il rispetto istituzionale verso chi esercita il proprio dovere. Sarebbe tempo, infatti, che l’emergenza inarrestabile delle carceri e la comprovata inefficacia del sistema in termini di sicurezza e legalità, convogliasse tutte le forze disponibili verso obiettivi condivisi, ma costoro al proprio personale quanto immeritato privilegio non intendono rinunciare.
Un abbraccio come mille abbracci.
Leo Beneduci – Segretario Generale OSAPP
OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria
Ufficio Stampa OSAPP

