di Leo Beneduci_ Complice la calura estiva, stiamo giocando con parole, idee e qualche piccola verità per cui l’invito preliminare è quello di prenderci poco sul serio (come, peraltro, i “Soloni” del Dap e di via Arenula fanno sempre). Partiamo dalla scuola Milano-Bologna-Napoli ancora vigente e potentissima, ma forse ultimamente surclassata all’asse Catanzaro-Torino. Le situazioni sono chiare e se qualche neo-Commissario/a della Polizia Penitenziaria volesse fruire di una carriera più veloce degli altri, il nostro consiglio è quello di scegliere, per qualche tempo, un carcere della Calabria per poi farsi mandare, possibilmente in missione forfettaria, meglio se in due istituti contemporaneamente, in Piemonte, che il resto viene da sé. Certo che però, se in questo modo i problemi anche economici di qualcuno (silenti ed accondiscendenti tutti gli altri) possono dirsi risolti, permane in generale il problema di essere “costretti” a lavorare in una amministrazione che la Polizia Penitenziaria la valuta poco o niente, che semmai la sfrutta fino all’osso ed in cui persino l’andamento delle carceri, palesemente disastroso, interessa relativamente, a meno di eventi di particolare clamore quali evasioni, suicidi, omicidi etc. etc. Contano assai di più, almeno così sembrerebbe soprattutto al Dap, i giochetti, il parlare male sottovoce di qualcuno per telefono, con Caio perché riferisca a Tizio cosa si dice in giro di Sempronio etc. . E allo stesso modo si distribuiscono incarichi e si diluiscono responsabilità, agli amici, agli amici degli amici e soprattutto contro i nemici. Ma le questioni diventano persino perverse se si tratta di decisioni e/o scelte da assumere immediatamente, perché in tal caso e se il problema parte da un carcere i protagonisti sono sempre almeno 3: la specifica direzione che non riesce a risolvere e pone il quesito al Prap, il Prap che a sua volta non riesce o non vuole decidere e, quindi, chiede al Dap, che a sua volta prima o poi risponderà. Spontanea quindi la domanda: tralasciando gli istituti che, come si sa hanno i loro problemi di reggenze, comandanti part time, detenuti ingestibili etc., ma i Prap a che cosa servono? Da tempo lo diciamo, i Prap sono diventati il principale “peso morto” del carrozzone penitenziario, se complicano le vicende, se sono i principali protagonisti delle inestricabili matasse burocratiche e non si assumono le proprie responsabilità neanche quando dovrebbero (i provveditori che decidono si contano su meno delle dita di una mano). Abolirli finalmente per ottenere un’amministrazione penitenziaria più snella e operativa? Più facile, a dirsi che a farsi, soprattutto perché in tal caso occorrerebbe ricollocare almeno 11 o 12 dirigenti generali e questo sembra impossibile. Sempre perché ci piace scherzare, proviamo quindi, ad immaginare altro. Infatti, così come la Cassazione sta al DAP, la Corte d’Appello ai PRAP e il Tribunale ordinario agli istituti penitenziari. È un parallelismo che non è solo formale, ma sostanziale. Prima della riforma del 1990, i Procuratori delle Corti d’Appello controllavano gli Ispettorati Distrettuali. Se oggi un magistrato d’Appello può operare in un Tribunale ordinario per garantire la giustizia, perché un Provveditore non può fare il Direttore d’istituto, ovviamente di un istituto rilevante e di peso? Anche perché la verità vera, se un po’ ci si pensa, è inquietante: i Provveditori Regionali di ogni latitudine hanno trasformato l’autorità politica di via Arenula (ministero della Giustizia) in un ostaggio inconsapevole. Da organi periferici, sono diventati centri di potere che vincolano e limitano le decisioni/affermazioni politiche per le quali a prescindere dall’orientamento personale dovrebbe aversi rispetto. I poliziotti di trincea lo vedono ogni giorno: invece di risolverli, i problemi si moltiplicano e se il politico di turno va in giro a fare promesse, ad anticipare soluzioni e, persino a lodare il personale, il tutto viene poi completamente vanificato e smentito dai fatti e da ciò che in concreto si realizza sul territorio. Già al Dap, nei sensi indicati, si danno abbastanza da fare, come per l’esaurimento dei fondi per straordinari e missioni derivato da una gestione scriteriata delle risorse, ma per quanto riguarda i Prap il sabotaggio è metodico. I circuiti previsti dall’art. 115 del DPR 230/00 non vengono attivati. I detenuti vengono spostati in modo scriteriato, generando sovraffollamenti di soggetti esagitati e tensioni. Il DAP invia un Vice Comandante a Torino? Il PRAP lo dirotta a Ivrea (questo però lo avevamo già anticipato nelle premesse). Le logiche di corrente prevalgono sull’efficienza. Quando servirebbe coinvolgere il vertice politico — un’aggressione, una tragedia familiare, una evasione, etc.? — i burocrati si guardano bene dal farlo. Il sottosegretario delegato, simbolo istituzionale nei giuramenti, viene tenuto all’oscuro quando dovrebbe essere presente nella famiglia di un poliziotto penitenziario. Le correnti decidono, lui subisce. La storia dei PRAP è un susseguirsi di accorpamenti e separazioni senza logica amministrativa, ma con perfetta strategia di sabotaggio. Le promozioni sembrano premiare chi sa sabotare meglio, non chi serve con competenza. Il sistema è bloccato da una matematica del potere che non torna. La nostra proposta, quindi, sarebbe chiara, necessaria ed inequivocabile: abolire i provveditorati regionali e impiegare direttamente i dirigenti generali negli istituti. Come nella magistratura, dove le figure apicali operano in ruoli operativi quando e dove serve, anche nella Polizia Penitenziaria questa flessibilità garantirebbe controllo, efficienza e dialogo con il Personale. Non è una retrocessione, è un atto di liberazione. I dirigenti devono essere dove possono attuare davvero la volontà politica del governo: negli istituti, lontano dalle logiche di corrente. È tempo di cambiare equazione: meno centri di sabotaggio, più dirigenti leali, più efficienza per liberare anche l’autorità politica dalle catene di un sistema che lo tiene ostaggio.
Ovviamente, chi deve e può non farà niente di tutto questo, ma non ci si dica che, anche per scherzo, non ve l’avevamo detto. Un fraterno saluto a tutti.
Nota per le redazioni_ Si autorizza la libera riproduzione del presente articolo citando la fonte “OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria”. Interviste con il Segretario Generale OSAPP dott. Leo Beneduci, disponibili previa richiesta via mail redazione.osappoggi@gmail.com
Leo Beneduci – Segretario Generale OSAPP
OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria
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