di Leo Beneduci_ Inutile negarlo, i ragazzi ovvero le nuove leve del Corpo, in molti, se ne vogliono andare, o già hanno presentato le dimissioni. Soprattutto se prestano servizio in alcune sedi e distretti peraltro già ri-conosciuti per altre situazioni incresciose, del tipo: aggressioni, strapotere dei detenuti e/o persino profilattici acquistati e distribuiti per determinate fasce della popolazione detenuta (sic!)
Potrebbe essere uno dei criteri di valutazione dei direttori e dei provveditori regionali (e delle scuole di formazione) la percentuale di appartenenti al Corpo che si dimettono perché in grave e palese sofferenza lavorativa e/o alloggiativa, soprattutto se di recente assunzione.
Ma al Dap di queste cose neanche a parlarne, perché hanno ben altro di cui occuparsi, dicono, e poi i Provveditori sono intoccabili, pressoché eterni, Highlander pari alle piramidi di Giza. Certo, sappiamo, che il fenomeno della dimissioni durante il corso o post assunzione è, in questo momento, caratteristica di tutte le Forze di Polizia, ma i numeri della Polizia Penitenziaria sono qualcosa di drammatico. Il bello è che nessuno se ne preoccupa veramente. È come con le aggressioni: tutti gli appartenenti alle Forze dell’Ordine rischiano la vita ogni giorno. In alcuni casi le conseguenze per coloro che operano sul territorio sono drammatiche. Purtroppo, non mancano gli Eroi il cui nome resterà “inciso nella roccia” come ha affermato dal Ministro della Difesa Guido Crosetto ai funerali dei Carabinieri morti nella strage di Castel d’Azzano. Ma nessuno riceve botte e insulti nelle quantità e con i ritmi con cui li ricevono i Poliziotti Penitenziari, mentre a volte “offese” e “denigrazioni” si leggono persino sugli organi di informazione, ma non è scritto da nessuna parte che debba essere così. Sono solo qualche politico, qualche “leone da tastiera”, qualche Garante dei detenuti e qualche “benpensante” anche dell’Amministrazione penitenziaria sostiene che il disagio fisico e morale sia parte integrante e persino connaturata nel lavoro dell’appartenente al Corpo, peraltro “ampiamente compensata” da 1.700 euro mensili + presenze, notturni, festivi e straordinari, questi ultimi quando e se li pagano.. Per cui, benvenuti nel grande paradosso penitenziario italiano: lo Stato investe milioni in assunzioni e formazione, ma i giovani agenti in alcuni casi non arrivano nemmeno alla fine del periodo di affiancamento. Si fermano alla prima tappa: l’ingresso in carcere. E lì, tra sangue, sputi e aggressioni, capiscono subito che non è un lavoro. È una trincea senza elmetto. Vedono troppo, troppo presto. E anche se qualcuno li prepara, la realtà supera il ventaglio didattico. Il sistema centrale li forma, quello distrettuale li scaraventa dentro e poi li guarda crollare. Il risultato? Fuga immediata dei nuovi e burnout garantito per i veterani, a disposizione della CMO. Eppure, le regole ci sarebbero, ma secondo qualcuno sono scritte male come tante altre. Non è lui l’incapace, ma il legislatore. L’articolo 115 del Dpr 230/2000 impone ai Provveditori regionali di istituire circuiti penitenziari per i detenuti violenti. Ma è più comodo ignorarlo o criticarlo a livello regionale. In Piemonte, Lombardia, Triveneto, Toscana, i dirigenti generali rinunciano a creare strutture specializzate, con personale formato secondo le Regole Penitenziarie europee e celle antivandalo. Si limitano semplicemente a spostare i detenuti violenti da un carcere all’altro come ordigni innescati pronti a riesplodere. Così, il “115” non è più un articolo di legge. È diventato il numero d’emergenza dei Vigili del Fuoco. E i giovani agenti, giustamente, scelgono di evacuare al primo scoppio. Ma attenzione: il caos non è frutto del caso. C’è una regia. Una regia che non cerca soluzioni, ma coperture. Le assegnazioni extra distrettuali? Decise dal DAP. E lì, c’è sempre un “numero di emergenza” che possono comporre. Un poliziotto di trincea, trasferito da un distretto all’altro, si è ritrovato a lavorare con gli stessi detenuti violenti che aveva lasciato. Un dejà vu penitenziario, ma con più lividi. Un Provveditore si ritrova 15 detenuti approdati nel suo distretto, per il decongestionamento di quello attiguo. Poi c’è la Sediarossa, che non semplifica: complica. È il filorosso che lega alcuni Provveditori al DAP, ed è più resistente del kevlar. Un dirigente generale fa da ombrello: protegge l’inerzia, giustifica l’inefficienza, ascolta solo le voci giuste. Quelle che non disturbano o che gli hanno fatto compagnia nei primi anni di esperienza nell’amministrazione. Questo sistema non forma. Non tutela. Non valorizza. Questo sistema è una macchina che produce dimissioni, frustrazione e silenzi. E ora che arrivano le bodycam, finalmente coaguleremo gli interventi operativi. Ma chi filmerà i responsabili del disastro sistemico che li precede? L’OSAPP non ci sta. Chiede al Capo del DAP di intervenire. Di precettare i Provveditori. Di segnalare gli inerti alla Funzione Pubblica, di applicare il Dpr 165/2001, di restituire dignità ed efficienza a un sistema che oggi è solo un simulacro. Perché i Provveditori sanzionano nei Consigli di disciplina, puniscono, e al Dap i “pari-ruolo” sospendono, destituiscono. Rimuovono comandanti, stravolgono vite di uomini dello Stato. Loro restano immuni. E l’unica cosa che non si muove, in questo sistema, sono proprio loro. Qualcuno, prima o poi, finalmente, si chiederà perché nonostante un bilancio che è 1/3 di quello dell’intero Ministero della Giustizia e fondi che pervengono alle carceri dagli Enti territoriali e privati il sistema penitenziario e un baraccone senza fondo né risultati? Fraterni saluti a tutti. _Nota per le redazioni_ Si autorizza la libera riproduzione del presente comunicato citando la fonte “OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria”. Interviste con il Segretario Generale OSAPP Leo Beneduci, disponibili previa richiesta, scrivere a osappoggi@gmail.com .
Leo Beneduci – Segretario Generale OSAPP
OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria
Ufficio Stampa OSAPP

