di Leo Beneduci_ “Chissà perché capitano tutte a me”. Ed infatti, per la serie di Netflix “Io sono notizia” su Fabrizio Corona, nessuna protesta, nessun dissenso, nessuna segnalazione dai colleghi o da altri e tutto, oramai, quando parliamo di carceri e di Polizia Penitenziaria, diventa normale e ammissibile. Ad onor del vero, riguardo alla stessa serie, una piccola polemica sarebbe stata già aperta, ma solo perché circa 1/3 delle spese della produzione, per circa 800mila euro sarebbe stato finanziato dal Ministero della Cultura (sic!) ed è quindi un’altra storia. Tornando ai fatti, nella prima parte dell’episodio 5 della serie una scena precisa: il racconto di un’aggressione al direttore del carcere di Opera (oggi Provveditore regionale), con una scarpa lanciata, gesti violenti e un confronto diretto con il vertice dell’istituto. Il tutto trasformato in intrattenimento, presentato come un atto di sfida e di costruzione del personaggio…tutto molto pittoresco. Il punto però non è meramente estetico e narrativo né tralasciato in ausilio del ben noto “buonismo” penitenziario a senso unico. Semmai la vicenda avrebbe dovuto presentare risvolti giuridici e istituzionali. Se l’aggressione è realmente avvenuta, Corona avrebbe dovuto risponderne nelle sedi opportune. Non vivendo nel Far West degli inizi ‘800 ed essendo pressoché tramontata l’epoca degli spaghetti-western, alcune condotte avrebbero potuto integrare violenza, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, quali fattispecie specificamente previste dal codice. Ma non esistono comunicazioni ufficiali, né smentite da parte del Dap (e del Ministero di Carlo Nordio) che come sempre tace e acconsente a tutti i racconti possibili e immaginabili su ciò che accadrebbe nelle carceri ieri, oggi e domani. Né è dato di sapere se a suo tempo siano state predisposte relazioni e quali iniziative siano state richieste alle autorità compenti, perché e senza mezzi termini, l’assenza di riscontri configurerebbe una grave omissione verso il personale e verso l’istituzione. Se invece l’episodio non è mai accaduto, siamo davanti ad un altro tipo di problema, anch’esso non risolvibile attraverso la mera e silenziosa accettazione del racconto cinematografico. La fiction attribuisce al personale comportamenti inconsistenti, ridicolizza l’autorevolezza del sistema penitenziario e alimenta una rappresentazione distorta del Corpo. In questo caso il DAP e il Ministero di via Arenula dove avrebbe sede un ufficio stampa apposito (?), dovrebbero smentire pubblicamente, tutelare il personale coinvolto e chiarire come sia stato possibile autorizzare riprese e partecipazioni (almeno di un ergastolano secondo la narrazione), senza alcuna garanzia sulla veridicità delle scene. Il problema è aggravato da un dato evidente: Fabrizio Corona oggi è in libertà e utilizza la propria esposizione mediatica per descrivere e/o riscrivere la realtà penitenziaria, mentre chi garantisce ordine e sicurezza negli istituti di pena resta a sua volta esposto, senza alcuna possibilità di replica, ad un pubblico giudizio niente affatto lusinghiero. È necessario chiedersi se questo rientri nella funzione rieducativa della pena, o se rappresenti un ulteriore attacco all’istituzione. Questa vicenda non riguarda la legittima libertà artistica, ma la credibilità dell’Amministrazione Penitenziaria. Quando un condannato può raccontare a suo modo un fatto accaduto in carcere — vero o presunto che sia — e l’Amministrazione rende possibile senza obiezioni il set di tale narrazione, lo Stato perde il controllo della propria immagine e lascia il personale senza tutela. L’OSAPP pretende chiarezza immediata: il Ministero di via Arenula e il DAP devono precisare di che cosa si tratta, ricostruire i fatti, rendere pubblici gli atti e individuare eventuali responsabilità. Il Corpo non può essere esposto all’ennesima umiliazione senza una risposta istituzionale adeguata. Però, in conclusione, io sono solo il rappresentante sindacale di una parte del personale e, alla fine, non capisco perché certi fatti li debba notare e stigmatizzare, sempre e solo io, con la conseguenza di risultare quanto mai noioso nel dire sempre le stesse cose e nel cercare di affermare sempre gli stessi principi. Grazie per l’attenzione e un fraterno abbraccio a tutti._ Nota per le redazioni_ Si autorizza la libera riproduzione del presente comunicato citando la fonte “OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria”. Interviste con il Segretario Generale OSAPP Leo Beneduci, disponibili previa richiesta, scrivere a osappoggi@gmail.com .
Leo Beneduci – Segretario Generale OSAPP
OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria
Ufficio Stampa OSAPP

