di Leo Beneduci_ Come sempre in piena contraddizione tra finalità ed iniziative, abbiamo appreso dai diretti interessati e non (ancora) dall’Amministrazione dell’avvio di un percorso formativo rivolto ai Dirigenti del Corpo di Polizia Penitenziaria. Un’iniziativa encomiabile e giusta in via teorica e sulla carta, perché di formazione e aggiornamento non ce ne sarebbero mai abbastanza, nei confronti di coloro che sono chiamati a disporre di uomini, mezzi e risorse in generale, altresì deputati a rafforzare la governance del personale e addirittura affrontare la materia delle relazioni sindacali. Ma davvero i dirigenti di Polizia Penitenziaria sarebbero destinati a tali responsabilità?
Magari, se non oggi, in un possibile domani? Stanti gli attuali presupposti giuridico-organizzativo che governano gli enti dell’Amministrazione penitenziaria, non crediamo proprio. E si badi bene, non è delle materie di cui i dirigenti del Corpo dovrebbero farsi temporanei discenti che discutiamo, ma del fatto che ancora una volta, si sia scelto di formare/aggiornare chi non ha titolarità diretta in questi ambiti, lasciando fuori proprio coloro che dovrebbero esserne i protagonisti e che di fatto sul territorio ne fanno un uso assai disdicevole! Parliamo dei Provveditori regionali, ovvero di coloro che, in difetto di responsabilità, ogni cosa chiedono al DAP, in dileggio dell’ “autonomia” delineata dal d.lgs. 165/2001. Sì, perché i Provveditori – oggi Direttori Generali, ieri semplici CIP – invece, sono diventati vertici distrettuali senza alcun passaggio formativo, senza verifica delle competenze giuridico-amministrative, senza alcuna preparazione specifica. Eppure sono loro a presiedere le CAR, a rappresentare la parte pubblica nelle relazioni sindacali, a gestire il territorio. Non sappiamo, ad esempio, quanto ne sappiano del corrente diritto sindacale e di corrette relazioni sindacali e nemmeno quale utilità gli attribuiscano, ma i risultati sono di tutta evidenza: non rispondono, disertano, improvvisano, delegano, confondono le leggi con gli accordi, non applicano nè gli uni nè gli altri, in virtù di una sedicente discrezionalità amministrativa che ha assunto altre ‘posture’. Il paradosso è evidente: si formano dirigenti di Polizia che, al massimo, forniscono pareri tecnici in sede di contrattazione, mentre chi ha l’obbligo di rappresentanza dell’amministrazione e di interlocuzione non riceve alcuna formazione. E non si tratta di casi isolati. In un distretto, le organizzazioni sindacali hanno promosso ricorso ex art. 28 dello Statuto dei Lavoratori per condotta antisindacale del provveditore. In altri, la risposta è stata il silenzio. Dirigenti generali che non sanno fare i dirigenti generali. Nel frattempo, il Dipartimento ha diramato una direttiva sulla reperibilità nei Provveditorati nei fine settimana, per cui dagli istituti non potranno più partire chiamate il sabato e la domenica verso il Dap ma solo verso i Prap. Ma è stata davvero recepita? È stata trasmessa alle direzioni con indicazioni operative chiare? O ci si affida ancora alla “chat operativa” e al telefono spento? L’assenza di reperibilità non è un dettaglio: è una falla che espone il sistema a rischi concreti, lasciando i direttori e il personale di trincea senza riferimenti, mentre chi dovrebbe garantire la presenza resta irreperibile e, paradossalmente, anche giudice disciplinare del personale che abbandona. La gestione distrettuale, in molte realtà, si regge su convocazioni generiche, rimozioni individuali, invii di personale con compiti ispettivi senza alcuna formazione certificata in materia di sicurezza sul lavoro. Dove mancano competenze su patrimonio demaniale, contabilità, normativa amministrativa e relazioni sindacali – come accade in più di un distretto – il sistema collassa: strutture fatiscenti, caserme mal gestite, norme interpretate a piacimento, direttori e comandanti in conflitto operativo sulla individuazione delle priorità di cui il provveditore chiede “riscontro a vista”, o messaggini tramite whatsapp. Non è questione di moralismo, né di caccia alle streghe. È questione di metodo. La formazione deve essere strategica, obbligatoria, modulare e certificata. Deve coinvolgere per primi i Provveditori, che sono i veri decisori, e i Commissari, che di fatto come avevamo preconizzato dirigono le strutture. Deve restituire competenze, regole e strumenti. E deve essere accompagnata da indicatori chiari: tempi di risposta, manutenzione, aderenza alle direttive, disponibilità alla reperibilità.
A meno che non li si ritenga e come si suole dire “nati imparati”, come non è, investire nella formazione-competenza, dei Provveditori non sarebbe un lusso ma una necessità. L’unico modo per uscire dall’improvvisazione e restituire dignità agli istituti, credibilità alle relazioni sindacali e coerenza all’azione centrale. Solo così i Provveditori smettererebbero di essere “impreparati, impermaliti, indifferenti” e inizierebbero a fare davvero i dirigenti generali. Solo che, come da una nostra recente vignetta su OsappOggi, sono solo loro al centro e sul territorio, a muovere (male) le pedine sulla scacchiera, qualcuno suffragato dalla politica che non vede e/o non vuol vedere, ed è assai difficile che si abbia il coraggio e la forza di andare fino in fondo. Un abbraccio come mille abbracci._ Nota per le redazioni_ Si autorizza la libera riproduzione del presente comunicato citando la fonte “OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria”. Interviste con il Segretario Generale OSAPP Leo Beneduci, disponibili previa richiesta, scrivere a osappoggi@gmail.com .
Leo Beneduci – Segretario Generale OSAPP
OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria
Ufficio Stampa OSAPP

