di Leo Beneduci_ AP = Amministrazione Penitenziaria; AP= Approssimazione Permanente; AP= Assenza Prospettive; AP= Altre Porcate; AP= Agenti Picchiati; AP= Agenti Puniti; AP= Avellino Prato. Ce ne sarebbero tante altre ancora, che vengono fuori come i funghi dopo una pioggia di primavera, solo a pensare che in molti non le vedono ed in parecchi, Colleghi/e compresi, fanno finta che non ci siano; ma al contrario della pioggia o del sole nulla di quanto di sbagliato ed inaccettabile accade nelle carceri deriva da una legge di natura né è scritto che debba andare sempre così né, soprattutto, è scritto da qualche parte che chi trae vantaggio, da anni, da tale situazione debba averla sempre vinta. Eppoi l’indignazione e la nausea crescono come le maree con la luna piena, al solo dover prendere atto che, ad esempio, l’ufficio stampa dell’Arma dei Carabinieri prende posizione sui suoi uomini incriminati per distinguere tra responsabilità individuali e onorabilità dell’istituzione e la Polizia di Stato difende sistematicamente l’operato dei suoi Agenti in ogni occasione critica, mentre il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria preferisce il silenzio assordante dei suoi vertici e, purtroppo, non si tratta di senso di colpa o di paura di sbagliare, neanche dopo che nella maggior parte dei casi le assoluzioni arrivano dopo anni e anni di processi, perché la vera causa del silenzio è il menefreghismo dei superburocrati dalle mega retribuzioni ed hai voglia ad andare nelle scuole e negli istituti a difendere ed osannare le gloriose uniformi del Corpo, quando per il Dap i Poliziotti Penitenziari sono solo pedine da spremere fino all’osso o a cui attribuire ogni responsabilità per una generale inettitudine organizzativa che perdura da anni. Per il DAP, e non vi dirò di più, anche i Comandanti sono carne da macello, uomini delle istituzioni sacrificabili sull’altare dell’inefficienza amministrativa. Avellino e Prato sono le due sedi che raccontano meglio questa strategia del sacrificio, ma il discorso è replicabile in tutte le sedi. Parlo di queste due carceri in cui il Personale è bombardato da procedimenti connessi alla gestione dei detenuti, dove non si riesce a ripristinare la legalità e dove l’amministrazione ha mostrato in pieno le sue lacune Non è un caso che proprio in queste sedi si siano avvicendati Comandanti su Comandanti come pedine su una scacchiera i cui pezzi sono stati mossi, malissimo, dal già Direttore Generale del Personale ora salito al terzo piano. A Prato, dopo un avvicendamento di cinque Comandanti, si scopre improvvisamente che nell’attiguo Nucleo Traduzioni c’è un primo dirigente che viene individuato, dopo mesi di forfettarie altrui, come comandante per il mese di agosto, perché quello in missione ha diritto alle ferie. E poi, cosa succederà? Hanno sbagliato a mandare i Dirigenti in missione forfettaria o a ricordarsi in ritardo del comandante del Nucleo di Prato oppure il tutto accade perché nell’attuale Amministrazione penitenziaria si vive alla giornata, soprattutto nelle scelte importanti, che tanto gli errori li pagano sempre gli ultimi. Una gestione emergenziale che parla da sola: non c’è programmazione, non c’è strategia, solo tappabuchi dell’ultimo minuto. Ad Avellino la situazione è ancora più paradossale, nonostante mesi di colloqui e selezioni (sic!) da anni non esiste un comandante stabile. E ora l’unico sacrificabile è risultato essere un dirigente che dopo anni di vicissitudini è risultato essere l’unico idoneo (anche se speriamo di no) per il mattatoio irpino. Perché il meccanismo permane lo stesso: si nomina un comandante in una sede impossibile, lo si lascia solo contro problemi irrisolvibili, e quando tutto va a rotoli si cambia il vertice interno del Corpo, senza mai toccare il sistema. Non stupiamoci se la situazione ad agosto esploderà, come inevitabilmente accade in sedi così compromesse: saranno il comandante e il personale ad essere sacrificabili e a pagare. Non ci sarà nessun comunicato stampa a difenderne l’operato, nessuna spiegazione delle condizioni impossibili in cui hanno dovuto lavorare, nessuna distinzione tra responsabilità individuali e quelle d’apparato, È una strategia che distrugge, da tempo e dall’interno, il Corpo nelle sue migliori potenzialità operative e professionali comprese quelle dei dirigenti di Polizia Penitenziaria. Mentre altre Forze dell’Ordine costruiscono spirito di Corpo e proteggono i propri Uomini, il DAP li usa come “manodopera a basso costo” sempre e comunque sacrificabile all’occorrenza. I detrattori e gli approfittatori sono avvertiti: dall’OSAPP tutto questo non sarà mai accettato in silenzio e, magari anche con applausi e sorrisi compiacenti, perché in ballo ci sono i sacrifici, l’immagine e la dignità di migliaia e migliaia di Donne e Uomini in uniforme e, più in generale, gli interessi per legalità e sicurezza dell’intera Collettività nazionale.
Un abbraccio come mille abbracci.
Leo Beneduci – Segretario Generale OSAPP
OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria
Ufficio Stampa OSAPP

