di Leo Beneduci_ Il quotidiano Avvenire ha dedicato ampio spazio a un titolo che è un boomerang rispetto alla sua stessa identità e un colpo basso al Corpo di Polizia Penitenziaria. Non è solo una questione di parole: è la mortificazione di una testata che porta nel nome la promessa del futuro e che invece, con un titolo superficiale, regredisce e tradisce la propria vocazione. Quel giornalista, insieme al suo caporedattore, ha scelto di scrivere “Le guardie carcerarie”: noi, testimoni di un’umanità bisognosa di speranza”, obliterando anni di storia e di riconoscimento. Ha mai visto davvero un’auto della Polizia Penitenziaria? Immagino di sì, perché la sua redazione è a pochi passi da Regina Coeli: e allora scrive del mondo reale o attinge dal cinema muto di Stanlio e Olio? I nomi dei giornali non sono casuali: Avvenire richiama il futuro, Il Manifesto la militanza, Il Tempo l’attualità, Il Corriere della Sera la puntualità, La Repubblica la comunità politica. Ogni titolo è un atto fondativo, una dichiarazione di identità. Tradirlo significa svuotare la testata della sua ragion d’essere. Se Avvenire usa un termine regressivo come “guardie carcerarie”, non solo colpisce la Polizia Penitenziaria, ma colpisce se stesso: un giornale che si chiama Avvenire non può permettersi di regredire. La parola “guardia” — venatoria, di un parco o della finanza — deriva dal verbo guardare, di origine germanica (warda, “sorvegliare, vigilare”), e porta con sé il senso di mera sorveglianza materiale, legata a cose, animali o numeri. “Carceraria” viene dal latino carcerarius, da carcer (“recinto, prigione, luogo di chiusura”): riduce semanticamente la funzione a un ambito punitivo e materiale. “Polizia”, invece, deriva dal latino medievale politia, dal greco politeia (“arte di governare, amministrazione civile”): indica governo, ordine pubblico, funzione istituzionale e politica. È qui che si condensa la contraddizione: chiamare “guardia carceraria” chi è Polizia Penitenziaria significa degradare una funzione di governo e sicurezza a mera custodia. E infine “avvenire”: dal latino advenire, “giungere, accadere”. Come sostantivo, significa “futuro”, ciò che deve ancora venire. Una testata che porta questo nome non può tradire la sua vocazione prospettivistica con un linguaggio regressivo. Sarebbe come dire che il giornalista è un trasformista della realtà: parla di futuro ma scrive con parole che riportano solo ed esclusivamente indietro. La parola è responsabilità. Se si ha cura di chiamare i carcerati “detenuti” per rispetto della persona, la stessa attenzione deve riversarsi per per chi opera al servizio del Paese.. Nomina sunt consequentia rerum, ricordavano i giuristi e i filosofi, e questa espressione travalica i secoli: i nomi sono conseguenza delle cose. Continuare a dire “guardia carceraria” equivale a non vedere ciò che è sotto gli occhi di tutti. La parola è un atto politico e civile: non siamo guardie carcerarie, siamo Polizia Penitenziaria. E se Avvenire vuole restare fedele al suo nome, non può far regredire con un colpo di penna la dignità di un Corpo dello Stato. Un fraterno saluto domenicale a tutti._ Nota per le redazioni_ Si autorizza la libera riproduzione del presente comunicato citando la fonte “OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria”. Interviste con il Segretario Generale OSAPP Leo Beneduci, disponibili previa richiesta, scrivere a osappoggi@gmail.com .
Leo Beneduci – Segretario Generale OSAPP
OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria
Ufficio Stampa OSAPP

