24 Ottobre 2021

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Il pestaggio fu una rappresaglia. Ecco da chi partirono gli ordini

Nella “mattanza” di Santa Maria Capua Vetere coinvolta l’intera catena di comando dell’amministrazione penitenziaria
della Campania. E l’ex capo del Dap Basentini, informato dell’operazione, dice al provveditore: “Hai fatto benissimo”.

«Ormai siamo tutti in ballo». Un messaggio via chat con le icone dei danzatori.
È il 14 aprile del 2020, quando il provveditore all’amministrazione penitenziaria della Campania, Antonio Fullone, oggi interdetto dai pubblici uffici e sotto accusa per falso, depistaggio e favoreggiamento, prova a rassicurare il “suo” comandante, Pasquale Colucci, finito in carcere per il pestaggio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.
Parole più lapidarie di quanto loro stessi sappiano.
Solo quattro giorni prima, forzando resistenze e pretesti, carabinieri e Procura sammaritani sono riusciti a mettere le mani sugli impianti di videosorveglianza: ottenendo le immagini choc di quella che il gip Sergio Enea, in 2300 pagine di ordinanza, ha definito «ignobile mattanza». E quando l’acquisizione è avvenuta, il terrore corre lungo i cellulari
di centinaia di operatori.
«‘Azz, mo so’ c…i – è la profetica conclusione di Colucci – mo succede il terremoto».
Fu «spedizione punitiva», scrive dunque il gip. Una vera e propria rappresaglia. Altro che «perquisizione», un ordine che – contrariamente a quanto sostenuto dalla Procura – per il giudice non presentava profili di illegittimità. Ma ci sono almeno tre fronti di responsabilità nelle pagine della vergogna scritte, da quel pomeriggio del 6aprile, nella casa circondariale “Francesco Uccella”.

Tre livelli: su cui le indagini non possono considerarsi chiuse. Chi ha pestato: a sangue, con manganelli, calci, cazzotti,
ginocchiate. Chi ha osservato: inerte, moralmente partecipe, incitando o coprendo le spalle. E poi: chi ha comandato. Soprattutto qui, di fronte all’eccezionale materiale probatorio cui si è giunti tra video e chat telefoniche (gli uni “letti”
con le altre, e viceversa), occorre domandarsi : chi sapeva cosa, tra coloro che erano ai vertici? E cosa ha fatto dopo, affinché la verità non venisse soffocata?
L’intera catena di comando, a vario titolo, coinvolta. Dal vertice della Campania Fullone, passando per il capo Colucci che guidava il «Gruppo di supporto agli interventi », istituito proprio da Fullone nei giorni cupi dell’emergenza carceri nel lockdown; dal comandante della penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere, Gaetano Manganelli, alle due colleghe, Anna Rita Costanzo, che è commissario capo responsabile del Reparto Nilo, (Colucci si fida solo di lei, scrive: «È la più tosta»), a Francesca Acerra, comandante del Nic, il nucleo investigativo centrale della penitenziaria.
Scelte e assunzioni di responsabilità quanto meno sfuggite di mano.
Agli atti non a caso figurano anche le chat estrapolate tra Fullone e l’allora direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria dello Stato, Francesco Basentini ( prima che il capo del Dap venisse travolto dalle scarcerazioni di alcuni padrini mafiosi, causa Covid).
«Hai fatto benissimo», risponde Basentini a Fullone che lo informa della perquisizione in corso e la definisce il «segnale forte di cui il personale aveva bisogno».

«Buona sera capo – gli scrive lui, nel fatidico 6 aprile – è in corso perquisizione straordinaria con 150 unità provenienti dai nuclei regionali (oltre al personale dell’Istituto)… Era il minimo per riprendersi l’Istituto… ».

Basentini approva. È evidente, lo sottolinea anche il gip, che Fullone non volesse «una spedizione punitiva,
a questo non crede neanche la Procura».

Non solo il provveditore nega i falsi e il favoreggiamento, ma già nel precedente interrogatorio punta su una chiara conversazione captata via chat. In cui, a Manganelli che lo avverte, «Utilizziamo anche scudi e manganelli»,
Fullone indica prudenza, «Ok, se necessario ovviamente». Fatto sta, argomenta il giudice, che quella perquisizione «diventa lo strumento mediante il quale si è dato sfogo ai più beceri istinti criminali degli agenti a cui è stato consentito di operare ogni sorta di violenza ai danni dei detenuti».

Chi, e perché lo ha consentito loro. È il pezzo che manca.

 

 

Fonte: La Repubblica

 

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