di Leo Beneduci_ Giovanni è un ottimo poliziotto penitenziario, dopo dodici anni di esperienza in 2 carceri del Nord, ne aveva viste veramente tante, ma lui napoletano verace, cresciuto in uno di quei rioni popolari in cui, per dirla con De André “il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, ha già troppi impegni per scaldar la gente di altri paraggi…” se l’era sempre saputa cavare egregiamente. Amici? Tanti all’esterno degli istituti. ma pochi i fidati tra le ‘guardie’, di quelli che, se hai problemi, scambiano volentieri il turno con te. Uno particolare e inaspettato invece tra i direttori, di qualche anno più grande, Nicola e di Napoli anche lui, conosciuto per caso, tra i vice del primo istituto a cui era stato assegnato dal corso di agente. L’amicizia si era rinforzata in numerosi viaggi di ritorno verso casa con la stessa autovettura. Una condivisione di opinioni e di giudizi, la stessa voglia di affrontare e risolvere le criticità del lavoro, persino le reciproche famiglie si erano conosciute anche se quella dell’altro, il direttore, era di diversa estrazione. Giovanni aveva poi deciso di seguire Nicola, quando a questi era stata assegnata la titolarità di un altro carcere. Nella nuova sede, però, Giovanni aveva rifiutato incarichi particolari: segretario del direttore, autista del direttore, addetto alla segreteria, etc.. Meglio la sezione, meglio i problemi reali ed il contatto costante con i colleghi, meglio guardare negli occhi i detenuti, senza favoritismi. Nicola, poi, se n’era andato a Roma, aveva accettato un incarico al Dap, Giovanni invece era rimasto altri 4 anni, spesso si sentivano per telefono e un paio di volte si erano persino visti. A Napoli Giovanni aveva conosciuto Irene, che lavorava in un supermercato, avevano cominciato a frequentarsi quando lui tornava a casa con qualche riposo accumulato o per le ferie, qualche simpatico messaggio via whatsapp, e lui l’aveva invitata per qualche giorno nella città dove prestava servizio, la storia era diventata importante. La relazione con Irene aveva fatto rinascere in Giovanni la nostalgia per la famiglia e i luoghi di origine, per questo aveva presentato domanda e dopo qualche mese era stato trasferito a Napoli. Il carcere di………………..non era di molto diverso dagli altri, unico problema l’aver incontrato tra i detenuti gente che già conosceva, perché del quartiere dove anche lui era nato ed in cui aveva trascorso buona parte dell’infanzia. Adesso loro erano volti noti della criminalità cittadina e lui un poliziotto, importante che ciascuno restasse al proprio posto, senza equivoci. Nessun problema per quasi un anno ed era venuto il momento di “mettere su casa” con Irene. Accadde una sera di fine settembre, mentre aveva smontato e stava tornando nell’appartamento che, prima delle nozze, condivideva con la fidanzata. “Giovanni….” seguito dal cognome, una voce alla sue spalle proveniente da chi lui, girandosi, aveva riconosciuto essere uno dei sui vecchi compagni di giochi. Dallo sguardo dell’altro aveva già capito tutto, ma per un attimo si era illuso che non fosse così. In dialetto stretto: “Senti, in nome della vecchia amicizia, avremmo bisogno di un piccolo favore…”.
Giovanni sentì le gambe farsi molli mentre una goccia di sudore gli stava scendendo da un lato della fronte. “Dovresti portare una cosa a….. che è detenuto dove lavori tu..”. Fece cenno di no con la testa e si allontanò in fretta, mentre l’altro continuava a guardarlo.
La volta successiva fu diverso, ad aspettarlo erano in due, lo affrontarono per strada senza mezzi termini: “Conosciamo tuo padre, tua madre e tua sorella, sappiamo chi è e dove lavora la tua ragazza, non ti conviene ignorarci, se non vuoi avere problemi fai quello che ti diciamo e non ci faremo più vedere”. Giovanni, era un buon poliziotto, con oramai quattordici anni di esperienza e di cose ne aveva viste tante, cercò di prendere tempo: “adesso è meglio di no che qui c’è gente, vediamoci tra una settimana al bar……”. Gli altri acconsentirono.
Nella settima successiva Giovanni fece veramente di tutto, parlò con il direttore del carcere che, neanche troppo stupito gli propose di toglierlo dalla sezione e di metterlo ai colloqui, ma non sarebbe bastato; parlò anche con un funzionario del provveditorato regionale che chiaramente gli fece capire di non poter fare niente e che se voleva avrebbe potuto rivolgersi alla Procura, ma sarebbe trascorso troppo tempo e lui non ne aveva. Infine decise di chiamare il suo amico al Dap che nel frattempo, grazie ad alcune amicizie politiche, stava facendo carriera in fretta tra i ranghi dell’Amministrazione. La risposta ricevuta lasciò Giovanni senza parole: “Scusami ma non ho tempo, però dovresti evitare di frequentare certa gente…”. Oramai Giovanni poteva considerarsi del tutto abbandonato a se stesso ed in balia della criminalità come tanti altri colleghi in tante carceri del sud prima di lui e, tra meno di un mese, si sarebbe dovuto sposare. Aveva un’unica possibilità: uscire il meno possibile di casa, nel frattempo. Trasmise al carcere un certificato medico abbastanza “pesante” e attese il giorno delle nozze, giocando per i preparativi con le fasce orarie per le visite fiscali e, tramite posta elettronica certificata, inoltrò una nuova domanda di trasferimento verso un carcere del nord dove sicuramente sarebbe andato grazie all’anzianità di servizio che aveva.
Il giorno delle nozze gli invitati non erano in molti ed anche l’organizzazione non era di quelle sfavillanti come è d’uso da quelle parti, ma un tavolo Giovanni aveva tenuto particolarmente ad organizzare: quello in cui erano insieme il suo ‘amico” Nicola, il direttore del carcere e il funzionario del Prap, perché quello e non altri era il c.d. ‘tavolo delle me….’ come a volte nei matrimoni risulterebbe accadere.
Se avesse potuto Giovanni avrebbe invitato, allo stesso tavolo, anche altri del Prap e del Dap. perché rappresentanti di una amministrazione che sulla carta sembra preoccuparsi dell’afflusso in carcere di telefonini, droga e possibili oggetti di offesa, ma poi non fa assolutamente niente per tutelare chi del suo personale rimane vittima di estorsioni. In conclusione, appare comunque utile affermare che ogni riferimento a fatti o a circostanze reali è puramente casuale, ovvero puramente strumentale al significato insito nella storia di pura fantasia testé raccontata. Un fraterno abbraccio a tutti.
Leo Beneduci – Segretario Generale OSAPP
OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria
Ufficio Stampa OSAPP

