di Leo Beneduci_ Ho avuto un incubo, o forse un sogno premonitore, non so e, magari, era tutto prevedibile come le azioni e soprattutto le inazioni di un provveditore regionale: in una bella giornata di sole ero in un prato fiorito in cui in tanti giocavano e ridevano felici intorno ad un uomo e a una donna che dirigevano gli scherzi e il movimento di tutti, e poi il cielo si è rabbuiato all’improvviso e sono iniziati vento e tuoni sempre più forti, mentre l’uomo la donna scappavano via lasciando sgomenti tutti gli altri che forse non se l’aspettavano o non capivano perché venivano lasciati da soli. Confesso che, a pensarci, è un sogno che ha poco senso, perché se l’interpretazione fosse di natura penitenziaria, non sono il vento, i fulmini o persino la pioggia (in termini prettamente metereologici) ciò che le carceri stanno affrontando in questo momento, bensì una calura sempre più forte ed asfissiante in cui le temperature reali e percepite all’interno raggiungono livelli impressionanti e ben oltre i 40° C. Nessuno fa veramente qualcosa, le magliette sintetiche dei Poliziotti penitenziari insieme alle minacce di procedimenti, trattengono, oltre al sudore, anche le espressioni di sofferenza e di disagio. Non c’è riparo o sollievo dal caldo nelle carceri e non c’è riparo o sollievo da un’amministrazione che non c’è. Anche il solo immaginare un qualche rimedio anche per gli Agenti è pura follia: mille frigoriferi per i detenuti, zero frigoriferi per gli Agenti che soggiornano nelle caserme e questa è l’amministrazione per cui si rischiano, a volte vita e assai spesso gli stipendi. Per questo e per dirla tutta ma proprio tutta, fa persino bene chi ‘scappa’ dal carcere alla sordina e senza guardarsi indietro, in un momento in cui in tanti improvvisano competenze e comprensione dei problemi e di ciò che li determina; meglio preferire all’ingovernabile inferno carcerario i ‘condizionati’ uffici romani, in cui si continua a vivere di favole e di organico, perché il problema non è l’ossatura ma il DNA del Corpo che, o c’è e allora si soffre e si partecipa pienamente in tutto e per tutto con i ‘propri’ donne e uomini, oppure non c’è e allora si pontifica a vanvera e si guarda dall’alto, magari solo attraverso le sale regia, ciò che accade nelle sezioni detentive. Ma adesso c’è il rischio che le cicatrici che verranno lasciate restino molto più profondamente incise ed indelebili delle precedenti, anche per i singoli addetti del Corpo e non ci sono le contromisure. Dove sono, infatti, i Direttori e i Comandanti non ‘nomadi’ e dove gli organici e gli Istituti giusti, soprattutto per i detenuti più violenti e/o pericolosi, quelli che gestiscono i traffici interni, che taglieggiano gli altri detenuti e le loro famiglie, dove sono le carceri prive di promiscuità tra i buoni e i cattivi? Ad un ‘semplice’ provveditore, per togliersi dagli impicci, basta spostare un detenuto da un istituto all’altro, oppure e nella peggiore delle ipotesi, scaricare le responsabilità sul Dap, ma l’Agente di sezione la propria responsabilità di ultimo nella catena di comando su chi la scarica? La magistratura, lo si sa, non guarda alle cause, ma agli effetti, e allora il singolo chi lo protegge o lo gratifica in un’Amministrazione in cui basta occupare un gradino poco più in alto degli altri perché alla minima osservazione sul proprio operato ci si possa offendere per “lesa maestà”? E’ per tali ragioni che, oramai, il fantasma dello spirito di Corpo si aggira da solo per le stanze di Largo Daga e dei Provveditorati? Inviterei ad una riflessione seria e generale in cui gli interessi personali e anche di gruppo potessero lasciarsi da parte, per un momento, ma dubito che ci siamo volontà reali e concrete in tal senso. Rammenterei anche ai tanti e come già da tempo faccio che nulla è per sempre e meno che mai il proprio personale potere, rispetto alle cangianti sorti della vita e…della politica. Ma neanche questo non sembra servire a molto e, quindi alla fine e nonostante quello che cerchiamo di dire e fare, guai a chi tocca e a chi toccherà.
Fraterni saluti a tutti.
Leo Beneduci – Segretario Generale OSAPP
Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria
Ufficio Stampa OSAPP

