di Leo Beneduci_ “Dopo l’esperienza del carcere di Prato alla quale il III piano di Largo Daga ha generosamente ‘prestato’ per il tempo strettamente forfettario direttore e comandante, proponiamo un gemellaggio tra il Personale di una sezione detentiva e quello di un corridoio del DAP o del PRAP. Titolo dell’iniziativa: ‘Una settimana in trincea per capire cosa sono diventate le carceri’ In verità una volta, ma pochi se lo ricorderanno, questo “gemellaggio” si faceva veramente, chi lavorava al Ministero o al DAP (che non si chiamava così) se voleva mantenere il posto doveva svolgere servizio in carcere una settimana ogni 3 mesi. Chi ci andava non se ne vergognava né se ne lamentava, anzi ne era contento: si conoscevano colleghi nuovi o se ne incontravano di vecchi, non c’erano invidie né privilegi e si stringevano amicizie che sarebbero durate; il Corpo era uno solo, dappertutto e tale restava, senza equivoci. Altri tempi certamente e l’andare dagli uffici alle carceri, una volta ogni tanto, era più che altro un escamotage utile soprattutto perché chi aveva ricevuto il privilegio di sedersi in una scrivania ministeriale si ricordasse chi era da dove veniva e dove poteva tornare in ogni momento, ma adesso il divario organico tra centro e territorio è diventato qualcosa di insostenibile. D’altra parte, oggi, di Corpi di Polizia Penitenziari ce ne sono parecchi e quello a cui appartengono alcuni di quelli che siedono dietro le scrivanie vive nella convinzione di conoscere il carcere molto meglio di chi ci lavora ogni giorno. Parlano, quindi, di protocolli, di numeri, di “gestione del rischio” come se in carcere si lavorasse su un foglio Excel o ci fossero computer e programmi in ogni dove, per l’elaborazione dati, o per la programmazione degli eventi nella gestione delle tumultuose ‘masse detentive’. Ma nelle carceri vere e attuali la conta (quando si effettua) è ancora praticata mediante numeri scritti a matita su fogli volanti, i cancelli ancora si aprono, a mano, con le chiavi, le sale regia spesso hanno monitor e telecamere rotte e gli allarmi per chi sta in sezione a volte neanche ci sono (nella speranza che se accade qualcosa l’Agente del gabbiotto riesca a raggiungere il telefono). E neanche il carcere, in generale, è un file da aggiornare, acchè il relativo report giunga debitamente/puntualmente compilato a destinazione, che spesso le relazioni neanche partono per la paura delle conseguenze, ma è sudore, tensione, umanità, dolore, presenza costante, minacce, paura, ritorsioni e, sempre più spesso procedimenti disciplinari e penali. Anche per questo sarebbe ancora importante regalare a ogni “esperto da ufficio” una settimana in trincea. Una settimana in sezione, tra celle, colloqui, urla, richieste, emergenze. Una settimana senza filtri, senza ferie, senza deleghe. Senza la possibilità di alzare il telefono e far spostare i problemi altrove e anche senza un cane che ti ascolti e ti consigli. A proposito, qualora qualche Poliziotto Penitenziario di scrivania debba andare davvero in un carcere a prestare servizio e, prima di partire, voglia farsi un’idea, eviti di consultare il sito istituzionale che non ha nulla a che fare con la gestione e gli avvenimenti delle carceri e non è neanche aggiornato, per cui, magari, nel carcere di destinazione c’è un comandante diverso da quello previsto e che si conosceva. La Politica e il DAP con lei non se ne stanno rendendo conto, ma la Polizia Penitenziaria e, quindi, lo Stato sta perdendo le carceri, come luogo di sicurezza e legalità ed è urgente fare qualcosa di concreto perché il carcere non è un concetto in cui si sperimentano teorie ma un luogo in cui ci si gioca ogni giorno la dignità e a volte la vita stessa.
Un fraterno saluto a tutti.
Leo Beneduci – Segretario Generale OSAPP
OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria
Ufficio Stampa OSAPP

