di Leo Beneduci_ Una volta veniva editata dal Dap una rivista dal nome: “Le Due Città”. Oggi lo specchio del nome non più utilizzato riflette il paradosso delle Forze di Polizia: da una parte Piantedosi che coordina un esercito della legalità urbana, in cui però ed in maniera significativa non viene contemplata la Polizia Penitenziaria, nonostante che la stessa sia la principale destinataria degli effetti delle operazioni nelle città (gli arresti) quale inequivocabile esempio dell’attuale gravissima miopia del Governo in materia. L’altra “brutta” faccia della medaglia presenta, invece, l’immagine di dirigenti generali del DAP da 10mila euro al mese con responsabilità grandi quanto una Casa Circondariale quali quelle di Prato, Avellino, Torino, Secondigliano, etc. che, però, almeno da anni se non mai, mettono piede in una sezione detentiva di una delle sedi “critiche”. Tra l’altro, a riprova di una china inarrestabile quanto sintomatica, la direttiva del Ministro dell’Interno del 17 dicembre 2024 che è il manifesto dell’esclusione. Il titolare dell’Interno dà istruzioni operative dettagliate a Prefetti, Capo della Polizia, Comandanti di Carabinieri e Guardia di Finanza, trascurando completamente l’impatto degli arresti sulle competenze della Polizia Penitenziaria e ovviamente sulle carceri. Servizi straordinari interforze “ad alto impatto”, 800 militari dell’Operazione Strade Sicure, “Patti per le Stazioni Sicure”, daspo urbano, ordinanze sindacali coordinate. Tutto pianificato per chi cattura, niente per chi deve custodire, ovvero mantenere vigenti anche in carcere le regole dello Stato e della civile convivenza. Eppure, l’interazione tra Ministero dell’Interno e quello della Giustizia si era sviluppata con la circolare Gabrielli sulle rivolte. Ma evidentemente Piantedosi ha percepito l’inconsistenza del DAP e ha preferito non coinvolgerlo, lasciando la Polizia Penitenziaria nell’Atlantide sommersa di Largo Daga e, in conseguenza, di via Arenula. Il mondo che orbita intorno al Viminale sa che risse, aggressioni, disordini urbani e interessi delle criminalità – che in carcere si chiamano pestaggi, resistenze aggravate, rivolte collettive e traffici di sostanze e telefonini, richiederebbero azioni coordinate con videosorveglianza, presidio fisico, potenziamento dei servizi antidroga e carceri specializzati per interventi di effettivo ripristino della legalità. Ma nel caos del DAP si sfornano 14-bis che non reggono davanti a medici e magistrati di sorveglianza, applicati in strutture fragili come il burro. A Largo Daga, a via Nuova Poggioreale, a via Bolognesi si pensa che basti trasferire un detenuto violento per risolvere il problema, magari mandandolo dove ha maggiori incompatibilità, le stesse che sono costate procedimenti penali ai Poliziotti Penitenziari. Cosa interessa a un Provveditore in procinto di andare in ferie di ciò che determinano le decisioni degli esperti del suo ufficio? Siamo la Polizia ostaggio della burocrazia, perché mentre Piantedosi costruisce strategie di sicurezza ignorando la Penitenziaria, il DAP attraverso l’esercito dei propri burocrati ribadisce protocolli fumosi, verbosi e inconsistenti. E quando falliscono, non si cambia registro né si sostituiscono i responsabili, ma si puniscono gli “ultimi”, ovvero i poliziotti che non sono riusciti ad applicarli (sic!). La Polizia Penitenziaria riceve gli arrestati dal rinnovato esercito urbano della legalità, ma deve gestirli con l’approssimazione burocratica dei dirigenti generali nati con la camicia. Nelle trincee delle sezioni detentive si opera alla giornata, senza strumenti, senza coordinamento e senza prospettive. Forse più che il commissariamento urgente ed emergenziale del Dap, più volte proposto, quanto ignorato dalla Politica desiderosa di piazzare e con ciò gratificare proprie pedine, è ora di immaginare la concreta uscita del Corpo dal tunnel, privo di uscita, del Dap e del Ministero della Giustizia, verso “luoghi” dove operano figure con concrete esperienze di lotta alla criminalità e di operatività in materia di Polizia e che sappiano colloquiare e coordinarsi, da pari a pari e non de relato, con gli altri Corpi. Non c’è nulla di peggio di negare il fallimento perseverando nell’errore. Per la Polizia Penitenziaria, ad esempio, servirebbero i “vecchi” Comandi Regionali piuttosto che gli attuali e del tutto inutili Provveditorati Regionali che sulla carta si occupano di tutto ma che, nei fatti e grazie alla supervisione del Dap, non risolvono alcunché e mentre all’esterno delle carceri si pianifica la sicurezza con metodo, dentro si improvvisa l’emergenza con l’approssimazione. Piantedosi ha capito che la sicurezza si fa con il coordinamento istituzionale, Nordio assolutamente No; grazie all’inadeguatezza del Dap la Polizia Penitenziaria è fuori del tutto, chiusa tra le contraddizioni mai risolte e gravi dell’interno delle carceri ed esclusa dall’evoluzione delle iniziative per il mantenimento della sicurezza nella Società. Due città, due mondi, due realtà in cui la Polizia Penitenziaria diventa comunque perdente ed in cui ancora può perdere quel poco che le resta in termini di immagine e di dignità operativa. La Legge 395/1990, una volta disconosciuta la necessità dl una effettiva unificazione dei profili dell’Amministrazione e dello stesso Dap ha completamento smarrito la propria principale finalità e il Corpo, qualora resti ancorato alle vecchie illusioni invece di guardare altrove non ha alcun futuro. Andarsene può essere l’unica possibile prospettiva ed è ora di cominciare a pensarci seriamente e di farne concreto appello a chi può e vuole aiutare il Corpo ad essere quello che deve essere e non l’attuale vittima sacrificale delle incapacità e dell’indifferenza della burocrazia penitenziaria . Un abbraccio come mille abbracci.
Leo Beneduci – Segreteria Generale OSAPP
OSAPP – Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria
Ufficio Stampa OSAPP

