di Leo Beneduci_ Oramai è chiaro da tempo: non si fa sindacato vero nella Polizia Penitenziaria per essere di comodo a qualcuno o per incensare i “potenti”, pena la perdita dell’anima che sola può guidare verso il cambiamento. Altrettanto vero è che l’incrostazione culturale permane intatta nell’amministrazione penitenziaria dopo quasi 40 (quaranta) anni e ad alcuni basta approdare al ruolo di dirigente per esserne contaminati e abbandonare il Corpo. Accade, infatti, che alcuni dirigenti del Corpo di Polizia Penitenziaria teorizzino la propria “elevazione” rispetto alla mischia operativa ed altri vadano in trincea solo per 110 euro al giorno, ulteriori, infine, da Piano Terra, appena ricevono notizia di un evento critico, controllano il GusWeb per vedere se il loro collega comune mortale a comando del reparto sia rimasto in sede. Si sta ripetendo la storia dei direttori penitenziari che addirittura fruiscono degli alloggi di servizio ma non sono reperibili secondo il loro teorema, o quella dei dirigenti del Corpo che mica come i loro colleghi della Polizia di Stato sono nello stadio o nelle piazze con casco e sfollagente. Qualcuno usa metafore musicali per giustificare il distacco dalla realtà quotidiana degli istituti, andando a riproporre la musica di sempre: il dirigente non si sporcherebbe le mani e i vestiti nel carcere. Le metafore orchestrali sono comode per chi vuole rimanere sul podio mentre altri affrontano disordini, aggressioni, emergenze sanitarie. Di quale formazione parlerebbero costoro? Di quella che in quattro mesi consegna a un agente le chiavi in mano o di quella affidata ai funzionari in tirocinio operativo dietro le cattedre? Chi oggi invoca il “ruolo di coordinamento a distanza” replica esattamente la dinamica che per decenni ha caratterizzato il rapporto tra direttori amministrativi civili che “dirigevano” dall’alto e marescialli del Corpo che si sporcavano le mani nella realtà operativa. Stessa arroganza, stesso distacco, stesse giustificazioni pseudo-intellettuali, solo che ora a recitare questo copione sono dirigenti che portano la stessa uniforme di chi comandano. L’uniforme non mente: chi la indossa appartiene allo stesso Corpo, la testa deve essere parte integrante dello stesso sistema. Il Corpo ha una testa, non una bacchetta di direzione dall’alto del podio. Quando il comandante abbandona la trincea perde il contatto con la realtà operativa, delegittima la propria autorevolezza e replica i peggiori vizi della vecchia dirigenza civile. Il sistema penitenziario ha bisogno di comandanti che conoscano ogni angolo dell’istituto che dirigono, condividano i rischi del personale che coordinano, prendano decisioni basate sull’esperienza diretta e rimangano operativi quando la situazione si complica. Ogni dirigente del Corpo deve scegliere: essere parte del Corpo con tutte le responsabilità operative che comporta o trasformarsi in un simulacro di direttore civile che teorizza dall’alto. Chi sceglie la seconda opzione non stia a cercare giustificazioni musicali: ammetta onestamente di aver voltato le spalle ai propri colleghi e alla propria uniforme. Il Corpo di Polizia Penitenziaria ha una storia, una dignità e una missione che non possono essere tradite per inseguire fantasie orchestrali. Chi vuole dirigere concerti cambi mestiere.
Un fraterno abbraccio a tutti.
Leo Beneduci – Segretario Generale OSAPP
Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria
Ufficio Stampa OSAPP

