17 Settembre 2021

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“Ariaferma” racconta il tempo sospeso all’interno delle carceri – Mostra del Cinema di Venezia

Non è un film di denuncia sull’emergenza carceri, ma “Ariaferma” impone una riflessione sulla non vita dei detenuti. Non solo su quella loro, però. Anche per gli agenti di Polizia Penitenziaria il lavoro è di fatto una prigione.

Un non luogo in cui tutto si ripete ogni giorno, tale e quale. Aria ferma, appunto. Ed è quello che emerge dal nuovo film di Leonardo Di Costanzo, presentato ieri fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia, che vede Toni Servillo nei panni di una guardia carceraria e Silvio Orlando in quelli di un ergastolano.

La pellicola è stata interamente girata nell’ex carcere di San Sebastiano di Sassari, ma al di là di qualche cadenza sarda, di un Sanna e un Puddu tra carcerati e guardie non c’è una ambientazione precisa. Il carcere di Mortana è un luogo immaginario. L’obiettivo del regista era quello di fare una riflessione sulla situazione di cattività in cui si trovano sorvegliati e sorveglianti. Il luogo non era importante, anche perché l’emergenza carceri è una questione che riguarda il Paese intero. Il film inizia con la comunicazione della direttrice del carcere in dismissione – interpretata da Francesca Ventriglia, unica donna in un cast interamente maschile – che per problemi burocratici i trasferimenti si bloccano e una dozzina di detenuti rimane, con pochi agenti, in attesa di nuove comunicazioni e destinazioni. Una situazione speciale che porta a una sospensione delle regole, nonché a un abbattimento dei muri che ci sono tra sorvegliati e sorveglianti. «Io vengo dal documentario e sentivo la necessità di indagare su questa realtà – spiega Di Costanzo –. Ho incontrato persone che il carcere lo hanno vissuto sia da una parte che dall’altra. Mi sono imbattuto in un universo ricco che mi ha portato a fare riflessioni sulla situazione carceraria, sulle punizioni, sul bene e sul male». Per raccontare questa storia Di Costanzo ha scelto la finzione anziché il documentario. «Avevo bisogno di organizzare una narrazione molto dilatata, di inventare personaggi per raccontare meglio la storia. Mi sono allontanato dal documentario proprio perché in questo momento sono interessato a narrare le interiorità dei personaggi anziché le loro azioni».

E dunque si è affidato ad attori professionisti, su tutti Silvio Orlando e Toni Servillo, in due ruoli diversi dal solito, ergastolano il primo, agente il secondo. «Quando Leonardo mi ha mandato il copione non mi ha detto quale ruolo avrei fatto – spiega Orlando –. Come l’ho letto, io ho subito pensato alla guardia, più vicina alle mie corde attoriali. Invece, mi ha affidato l’altro ruolo e questo mi ha consentito di avere una prima volta con un personaggio del genere». «La scomodità di non avere personaggi più prossimi alle nostre precedenti esperienze ha evitato che ci accomodassimo in un atteggiamento routiniero – aggiunge Servillo –.

Per me è stato molto affascinante interpretare questo funzionario che crede nel suo lavoro ma che impedisce anche che la catena di violenza che c’è fuori si ripeta all’interno del carcere. Suggerisce al pubblico più di un motivo di riflessione». Sul perché sia stato scelto il carcere di San Sebastiano dà una spiegazione il produttore Dino Cresto Dina.

«Cercavamo un carcere con al centro una struttura circolare da cui partono i rami. Il carcere di Sassari era perfetto, è stato dismesso da pochi anni e dentro si sentiva ancora l’odore della pena. Credo sia stata una esperienza fortissima, anche perché il film è stato girato in un momento di pieno lockdown. Abbiamo vissuto settimane in due bolle, il carcere e l’hotel. Condividere la cattività sul set e in albergo – conclude – ha dato tantissimo».

 

 

 

Fonte: lanuovasardegna.it

 

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