Superato di nuovo il muro dei sessantamila detenuti presenti in penitenziari obsoleti, ma sostituire le carceri attuali pare ancora un tabý
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Superato di nuovo il muro dei sessantamila detenuti presenti in penitenziari obsoleti, ma sostituire le carceri attuali pare ancora un tabý  

Autore: Andrea Tosoni
29/11/2018


 

Alla mezzanotte di oggi la "conta" nazionale vede 60.026 persone detenute.

La soglia critica di 60 mila presenze di detenuti ed internati era stata superata, la volta precedente, circa 10 anni fa, nei primi mesi del 2009, precisamente.

Anche in maniera abbastanza rapida si è raggiunto il picco massimo nella storia delle carceri italiane, allorquando nel primo semestre del 2010 si sono superate le 69 mila presenze. Da allora vi è stata una graduale riduzione, piuttosto sensibile, nel momento in cui sono state messe in campo dal governo del tempo azioni finalizzate a ridurre un sovraffollamento che, comunque, avrebbe portato l'Italia alla condanna da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo con la famosa sentenza c.d. Torreggiani c. Italia dell'8 gennaio 2013 (anche se il campanello di allarme vi era già stato con la sentenza c.d. Sulejmanovic c. Italia del 16 luglio 2009) per violazione dell'art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell'uomo per trattamento inumano o degradante a causa delle condizioni detentive.

Da 62.536 presenze al 31 dicembre 2013 si è repentinamente scesi a 52.164 detenuti ed internati il 31 dicembre 2015.

Da 3 anni a questa parte di nuovo un'impennata di presenze, fino arrivare a quelle odierne.

Alla curva sinusoidale di questi circa 10 anni (peraltro comune, sebbene con numeri inferiori, alla storia repubblicana delle carceri nazionali) si contrappone quella delle capienze degli istituti penitenziari, che da circa 3 anni sono pressoché ferme a 50 mila posti, grazie poi agli interventi posti in essere da piani di edilizia penitenziaria risalenti a circa 20 anni prima. Di questi 50 mila posti circa 5.000 sono ciclicamente non utilizzabili (mentre si ripara da altre parti si rompe!), così si può tecnicamente definire che in Italia vi sia una capienza "operativa" di appena 45.000 posti. Oggi, pertanto, vi sarebbero oltre 15 mila detenuti in più rispetto alle possibilità ricettive.

Indipendentemente dalle politiche penali, che ovviamente incidono sulle presenze dei detenuti e sulle condizioni di vita carceraria, e senza voler considerare che potrebbero intervenire nuove e più pesanti condanne dalla Corte EDU, appare non più rinviabile un piano straordinario di edilizia penitenziaria che reperisca nel giro di 4/5 anni almeno altri nuovi 10 mila posti detentivi. La considerazione che siano "nuovi" è tutt'altro che inutile, se si pensa che il sistema penitenziario italiano si fonda su circa 190 carceri delle quali un terzo (per circa 20 mila posti detentivi) risalenti alla fine del 1800 o agli inizi del secolo scorso. Dei restanti due terzi, il 90% sono istituti edificati in epoca post riforma della legge penitenziaria del 1975, ma comunque prima delle innovazioni intervenute con il regolamento penitenziario del 2000. Per molti di questi i costi di gestione per le continue ristrutturazioni rappresentano un costo annuo pari a quello per la costruzione, ex novo, di un carcere di 1200 posti (vedasi il progetto del terzo istituto napoletano a Nola), che però sarebbe in regola con il regolamento penitenziario del 2000.

Ma ogni volta che si parla di costruzione di nuove carceri scendono immediatamente in campo alcune associazioni (mi vengono in mente, su due piedi, Antigone e Fondazione Michelucci, proprio per la vicenda nolana) il cui unico interesse sembra essere quello che non ci sia il carcere per chi delinque e merita di essere assicurato alle patrie galere piuttosto che sostenere la costruzione di nuove carceri in cui le condizioni di vita rispettino gli standards previsti dalle Raccomandazioni europee e dalle norme nazionali, queste ultime peraltro all'avanguardia proprio rispetto alle prime e al quadro penitenziario degli altri Paesi membri.

Che poi il personale del Corpo di Polizia Penitenziaria non sia sufficiente nemmeno a garantire le attività diuturne rispetto all'attuale popolazione detenuta e che, pertanto, dovrebbero essere rivisti i tagli effettuati dalla c.d. legge Madia, è un discorso diverso che merita senz'altro uno spazio a sé.

 



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