Quasi rivolta ad Aosta, per un’Amministrazione che non perde mai l’occasione di sbagliare
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Quasi rivolta ad Aosta, per un’Amministrazione che non perde mai l’occasione di sbagliare  

Autore: Leo Beneduci
08/01/2019


Il 3 gennaio scorso nel carcere di Aosta-Brissogne una quindicina di detenuti barricatisi in sezione hanno tenuto con il fiato “sospeso” non solo il Personale di Polizia Penitenziaria in servizio, ma anche gli appartenenti alle altre Forze di Polizia allertati per dare eventuale manforte nonché i Vigili del Fuoco presenti e l’intera cittadinanza.

Fortunatamente la tentata rivolta si è conclusa dopo 6 ore in maniera del tutto incruenta, se si esclude il danno alle serrature dei cancelli (della sezione e dei passeggi, otturate da frammenti di plastica incendiati e sbloccati dai Vigili del Fuoco) e “grazie” alla trattativa con i reclusi condotta dal direttore in missione in quanto direttore del carcere di Saluzzo (ad Aosta mancano da anni direttore e comandante).

Peraltro sono i proprio i termini della c.d. “trattativa” così come descritta dallo stesso direttore in una intervista alla stampa a destare parecchie perplessità.

Nella trattativa con i reclusi e che il direttore afferma essere andata “bene” i detenuti avrebbero richiesto di poter effettuare qualche telefonata in più ai parenti all’estero, di poter lavorare in carcere ed un migliore servizio sanitario, in quanto, sempre a detta del dirigente, “si tratta di detenuti in condizioni di povertà assoluta e stranieri, che vengono mandati a Brissogne dalle carceri metropolitane. Si sono sfogati”.

Il direttore ha, quindi, comunicato che le istanze dei detenuti sarebbero state successivamente valutate unitamente ai provvedimenti amministrativi per punire i rivoltosi.

Tutto normale routine, quindi, salva qualche effervescenza momentanea; i detenuti hanno protestato e il rappresentante dell’Amministrazione penitenziaria ha indotto a più miti consigli i rivoltosi…

Ma è proprio questa “normalità” che ci convince sempre meno e sempre meno d’altra parte ci convince chi sostiene che il carcere e il lavoro dei poliziotti penitenziari sia fatto di questa “normalità”.

Le ragioni dei detenuti in primo luogo ci lasciano dubbiosi: telefonate, lavoro e cure sanitarie il cui eventuale miglioramento sono adesso al vaglio della direzione (in missione?), perché? Ma non sono quelle previste per legge? Nel carcere di Aosta si telefona di meno, si lavora di meno e ci si cura peggio che in altri istituti di pena? Esiste una qualche discrezionalità da parte di qualcuno nel concedere telefonate, lavoro e cure in carcere? Se si, allora, i detenuti avrebbero avuto ragione a lamentarsi e, le responsabilità del grave disservizio che poteva comportare conseguenze anche gravi (soprattutto per l’incolumità del Personale di Polizia Penitenziaria oltre che degli stessi detenuti) sarebbero tutte a carico dell’Amministrazione penitenziaria e di chi della stessa ha gestito (sta gestendo) il carcere di Aosta a livello regionale e locale.

Se invece telefonate, lavoro e cure sono quelle previste (come dovrebbe essere) i detenuti avrebbero avuto torto a protestare, anche se qualcuno avrebbe dovuto spiegare loro, ben prima della tentata rivolta, che le condizioni nel carcere di Aosta sono quelle che devono essere e che non viene concesso loro né più né meno di quello che otterrebbero altrove.

In entrambi casi, infine, che i detenuti abbiamo avuto ragione o torto nelle richieste, la possibilità di attuare una protesta in carcere attraverso il barricamento in sezione e l’incendio delle serrature dei cancelli risulta di molto oltre le possibilità offerte dall’ordinamento penitenziario e dalla legge in generale, e trattare per poi vagliare le istanze della rivolta (sic!) non solo è eccessivo ma assolutamente deleterio in qualsiasi condizione o forma, atteso che quello che rischia di passare ancora una volta, quale messaggio conclusivo, dalla vicenda di Aosta come dalle altre oramai non più sporadiche né tanto meno incruente rivolte nelle carceri italiane, è che l’unica alternativa per i detenuti per ottenere qualcosa (di giusto o di sbagliato che sia) rispetto alle condizioni in essere, è rivoltarsi, sfasciare qualcosa, porre a rischio l’ordine e la sicurezza interni, oltre all’incolumità del Personale e propria.

Come mi si è fatto notare nei giorni scorsi, tracciando un parallelo tra quello che avveniva in carcere per un periodo di notevolissime tensioni fine anni 70 primi anni 80, rispetto ad oggi, nel sistema penitenziario accadono sempre le stesse cose e non si impara mai dagli errori precedenti, soprattutto per le incapacità e il pressapochismo, o l’indifferenza di chi comanda e sempre, infine, il prezzo ultimo e assai salato di tutto questo sarà pagato dagli Agenti di Custodia allora e oggi dai Poliziotti Penitenziari, purtroppo e occorre dirlo, quali che siano le espressioni, i programmi e gli impegni dichiarati degli esponenti della classe politica al Governo.



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