La Polizia Penitenziaria sotto attacco mediatico: ora anche da fuoco amico
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La Polizia Penitenziaria sotto attacco mediatico: ora anche da fuoco amico  

Autore: Federico Olivo
04/03/2019


Il carcere non è un ambiente trasparente, perché le persone ristrette vanno salvaguardate dalla morbosità esterna, in modo tale da consentire loro quella serenità che è indispensabile per ricostruire quel sistema di valori che hanno trasgredito.

Questo nel mondo delle favole.

In realtà il carcere non è trasparente perché l’amministrazione penitenziaria è incapace di comunicare. Anche se fosse in grado di farlo, non lo sarà fino a quando non ci sarà interesse a rendere pubblico il lavoro del’intera amministrazione penitenziaria e questo interesse non ci sarà fino a quando l’amministrazione penitenziaria non sarà in grado di misurare i propri (pessimi) risultati. Ad iniziare dal tasso di recidiva.

A fare le spese maggiori di questo immobilismo mediatico, è il Corpo di Polizia Penitenziaria il quale, nonostante rappresenti la stragrande maggioranza dell’amministrazione penitenziaria, è l’unico tra le Forze di Polizia e Forze Armate, che non può comunicare.

Non può comunicare perché è un Corpo che non ha un cervello: il Capo è un magistrato e il capo del personale è un dirigente civile. E’ un corpo senza bocca, perché le decisioni sulle modalità di comunicazione vengono scelte da altri e anche perché non ha un proprio ufficio stampa (quello attuale è stato sempre retto da un civile); l’unica occasione di comunicazione all’esterno sono i sindacati. Altre forme e altri strumenti, il Corpo non ne ha.

Ma questa “occasione” si sta dimostrando un’arma a doppio taglio. Fino a qualche anno fa, non c’era granché interesse da parte dei media a seguire le vicende e le denunce dei sindacati e della Polizia Penitenziaria in generale. Ma da qualche anno, complice il fatto che la Polizia Penitenziaria ha ottenuto riconoscimenti esterni e visibilità mediatica attraverso varie iniziative, le cose sono cambiate.

Sono cambiate soprattutto da quando, guarda caso, il Corpo di Polizia Penitenziaria ha iniziato a stringere rapporti e guadagnare fiducia sia nei confronti di quei magistrati impegnati nella lotta alla criminalità organizzata, sia da quando ha iniziato a chiudersi quel cerchio ideale di una catena di informazioni e di collaborazione tra i reparti più operativi delle altre Forze di Polizia. E i risultati sono arrivati e fanno paura a molti.

Questo cerchio chiuso dalla Polizia Penitenziaria è scomodo perché offre alla magistratura e agli altri anelli della catena, quel segnale di feedback indispensabile per correggere il tiro e per rendere più efficace la repressione della criminalità organizzata. Coloro i quali hanno interesse a contrastare questa collaborazione, non possono dichiararsi apertamente nemici della Polizia Penitenziaria, ma possono battere sul punto debole della Polizia Penitenziaria: la comunicazione.

E qui di occasioni purtroppo ne hanno a disposizione quasi quotidianamente. Come abbiamo visto, gli unici autorizzati a parlare in nome della Polizia Penitenziaria sono i sindacati, che a loro volta sono organizzazioni dirette e gestite da persone pensionate o in prossimità della pensione. Sono cresciuti, anche in termini di adesioni, in un mondo diverso, con una velocità diversa. Hanno dedicato tutto il loro impegno a tessere relazioni e sistemi di valori in un mondo in cui lo strumento più potente era il telefax. Oggi è diverso.

Appena qualche settimana fa, il primo e più rappresentativo sindacato del Corpo di Polizia Penitenziaria, ha dovuto chiedere scusa al Garante nazionale dei detenuti per dei commenti apparsi sulla propria pagina facebook, postati da colleghi e privati cittadini che criticavano e offendevano il Garante per le sue osservazioni sul regime speciale del 41-bis. I commenti sono rimasti pubblici per giorni così come le offese. Bastava controllare, buttare un’occhio ogni tanto, oscurare le offese e moderare i commenti. E invece tutto ciò non è stato fatto dallo staff mediatico di quel sindacato. Il primo e più rappresentativo sindacato della Polizia Penitenziaria non solo ha chiesto umilmente scusa con un comunicato stampa, ma ha anche addirittura eliminato la notizia: badate bene, non ha eliminato le offese, si è auto-reciso il proprio post che pure era stato occasione di confronto per i tanti che avevano criticato il Garante e non lo avevano offeso.

Altro fatto increscioso sono state le dichiarazioni da parte di un rappresentante sindacale di Viterbo, appartenente ad un altra sigla sindacale, che in occasione di una intervista della trasmissione “Popolo sovrano”, ha decisamente sottovalutato la portata delle proprie affermazioni e ha prestato il fianco, anche lui, a chiunque voglia riportare la Polizia Penitenziaria a quello stato di “mutismo” e segregazione in cui era negli anni scorsi. La beffa, oltre al danno, è che il primo sindacato non ha aspettato un giorno per emettere un altro comunicato per criticare aspramente le dichiarazioni del collega di Viterbo, forse immemore di quanta delegittimazione aveva provocato al Corpo, egli stesso, qualche giorno prima.

Entrambe i fatti, comunque, si sommano ai precedenti tentativi, di risollevare l’immagine del Corpo come in occasione dell’arrivo in Italia del terrorista Battisti, quando addirittura il Ministro ha pubblicato un video sulla traduzione del detenuto verso il carcere di destinazione. Anche in quella occasione il Garante nazionale scese in campo e anche lì a farne le spese, sia pure indirettamente, è stata la Polizia Penitenziaria.

Ora, se non faremo (tutti) uno sforzo di aggiornarci sul contesto anche mediatico in cui ci muoviamo, il Corpo di Polizia Penitenziaria sarà il primo e probabilmente unico capro espiatorio a favore della necessità, di altri, di plasmare l’intera amministrazione a propria immagine a al proprio servizio. Il primo ostacolo per creare un sistema penitenziario più “aperto” (che non vuol dire più efficiente e più valido per attuare l’art. 27 C.), è la Polizia Penitenziaria che ad oggi rappresenta l’unico avamposto di legalità nelle carceri ed è in grado di rinsaldare quella catena di collaborazione tra le Forze di Polizia impegnate nella lotta alla criminalità organizzata.

Per questo, verrà sfruttata ogni occasione per denigrare la Polizia Penitenziaria e a tutelarci, è evidente, non ci sarà l'amministrazione penitenziaria, statene certi.

 

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Capri espiatori … inadatti

Noi lo sappiamo ... chi ha voluto distruggere il Corpo di Polizia Penitenziaria!

 



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