Ascesa e caduta nella lotta alla mafia da parte del Movimento 5 Stelle
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Ascesa e caduta nella lotta alla mafia da parte del Movimento 5 Stelle  

Autore: Enzima
30/11/2018


Era il 31 maggio 2017 e il Movimento 5 Stelle organizzò un convegno dal titolo "Questioni e visioni di giustizia - Prospettive di Riforma".

Il titolo del convegno era decisamente pretenzioso in un momento in cui il Movimento 5 Stelle era, sì, in ascesa nei sondaggi, ma alle elezioni politiche mancava ancora un anno e soprattutto, come abbiamo potuto osservare tutti, anche a fronte di un successo considerevole come quello ottenuto dal M5S alle elezioni del marzo 2018, mettere in piedi un esecutivo è tutt’altra faccenda. Parlare quindi di “visioni” e “prospettive” a quel tempo, sembrava decisamente esagerato. Più un esercizio tecnico che una base credibile su cui lavorare.

Eppure, in quel fine maggio del 2017, l’allora Vice Presidente della Camera Luigi Di Maio, inaugurò un convegno di tutto rispetto che, a giudicare dai nomi dei relatori, poteva ben sostenere il peso di un titolo così gravoso:

Raffaele Cantone (Presidente dell'ANAC)
Piercamillo Davigo (Presidente della II Sezione Penale della Corte di Cassazione)
Antonino Di Matteo (Sostituto procuratore di Palermo)
Ugo De Siervo (Presidente emerito della Corte Costituzionale)
Gioacchino Natoli (Capo Dipartimento Organizzazione Giudiziaria Ministero della Giustizia)
Giuseppe Conte (Componente del Consiglio di Presidenza della giustizia amministrativa) Giacinto Della Cananea (Componente del Consiglio di Presidenza della giustizia contabile)
Daniela Marchesi (Dirigente Istat)
Liana Milella (Giornalista La Repubblica)
Ester Perifano (Avvocato del Foro di Benevento)
Francesco Grignetti (Giornalista La Stampa)
Gian Antonio Stella (Editorialista Il Corriere della Sera)
Luciano Eusebi (Ordinario di diritto penale dell'Università "Cattolica" di Milano)
Mauro Palma (Presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale)
Donatella Stasio (Giornalista)
e Marco Travaglio (Direttore Il Fatto Quotidiano)

(Ora è facile riconoscere anche il nome di quel “Giuseppe Conte”, oggi Presidente del Consiglio, ma sfido chiunque a dichiarare di sapere chi fosse in quella primavera)

In quella giornata si respirò un’aria surreale, quasi onirica. Gli interventi e il “peso” dei relatori resero convincente l’illusione di essere alla vigilia di un cambiamento vero. Si percepì la sensazione che, in caso di vittoria alle prossime elezioni politiche, il M5S potesse mettere in campo una squadra di esperti in ogni settore della Giustizia e dare una svolta vera alla lotta alla mafia, non solo quella “militare”, ma anche quella “grigia” che si annida in ogni piega dello Stato.

Ricordo un Piercamillo Davigo in piedi fuori l’ingresso della sala dei Gruppi Parlamentari, presso la Camera dei Deputati, in netto anticipo rispetto all’orario di inizio del convegno, da solo. Ricordo gli applausi e le pause attente e gravide di significato di persone come Di Matteo che all’epoca era il magistrato più evitato, in un momento in cui la sentenza sulla trattativa Stato-mafia pareva ancora una chimera.

Fu un successo, non solo dal punto di vista mediatico, ma anche da quello politico: la visione e la prospettiva pareva credibile.

Nei giorni che seguirono ci furono dichiarazioni di molti giornalisti, politici e magistrati, alcune molto preoccupate, altre entusiaste, soprattutto perché parve chiaro a tutti che in caso di vittoria del M5S, il prossimo Ministro della Giustizia sarebbe stato proprio Antonino Di Matteo.

Quell’atmosfera onirica proseguì per tutti i mesi successivi e le visioni sulla giustizia, in particolar modo quelle alla reale lotta alla mafia, furono uno dei cavalli di battaglia su cui il M5S costruì la vittoria politica del marzo del 2018.

Il Ministro della Giustizia “in pectore” rimase Di Matteo ancora a lungo, compreso tutto il periodo che precedette la formazione del Governo giallo-verde. Ma per la poltrona di Via Arenula gli venne preferito Alfonso Bonafede, avvocato, che nella passata Legislatura era stato il Vicepresidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati. Tra le altre “caselle” occupate dal M5S in tema di Giustizia ci furono (e ci sono) Vittorio Ferraresi e Giulia Sarti: il primo, Sottosegretario alla Giustizia con delega al trattamento dei detenuti ed edilizia penitenziaria e la seconda, Presidente della Commissione Giustizia alla Camera. Nella passata Legisletura invece, il primo è stato componente della Commissione Giustizia alla Camera e la seconda, componente sia della Commissione Giustizia che della Commissione Antimafia alla Camera. Dei due, ricordiamo soprattutto l’intervento al question time sulla riforma penitenziaria voluta dall’ex Ministro Andrea Orlando

Video dell’intervento di Sarti e Ferraresi alla Camera


Dopo la nomina di Bonafede a Via Arenula, si parlò allora di un Antonino Di Matteo a Capo del DAP. Le preoccupazioni di molti schizzarono alle stelle, comprese quelle di alcuni detenuti al 41-bis intercettate in carcere. Gli entusiasmi e le aspettative del Corpo di Polizia Penitenziaria erano oltre ogni limite. Ma per la poltrona di Capo DAP gli venne preferito Francesco Basentini, fino ad allora procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Potenza.

Da quel 31 maggio 2017, per non parlare dall’apice raggiunto durante le trattative per la formazione dell’attuale Governo e successive nomine dipartimentali, le speranze e le aspettative di molti si sono decisamente affievolite, così come le preoccupazioni (gli incubi) degli altri. Da allora, il sogno è tornato anonima realtà, soprattutto al DAP, sede e motivo su cui è ruotata l’intera trattativa Stato-mafia e in cui, al netto delle “mosche” inseguite da Basentini (di cui sarebbe curioso leggere il curriculum sul sito web del Ministero della Giustizia per confrontarlo con tutti quelli altri pervenuti sul tavolo di Bonafede al momento della scelta del Capo DAP), permangono e si stanno riorganizzando le stesse dinamiche e le stesse logiche di potere che hanno, non dico generato, ma quantomeno reso possibile (con dolo o con colpa non lo sapremo mai), molti eventi anomali avvenuti nella gestione delle carceri.

Nel recente decreto “sicurezza” che è stato appena convertito in Legge dello Stato, la questione antimafia in ambito penitenziario è praticamente assente se non per quel riferimento ad un improbabile Nucleo di analisi dati della Polizia Penitenziaria che per ora, sembra più un contenitore di posti da raccomandare che un vero e proprio strumento. Se si voleva veramente collegare la Polizia Penitenziaria alla lotta alla mafia, si potevano utilizzare ben altre strategie e ben altri strumenti.

Per ora, non ci resta che sperare in un deciso cambio di rotta e di passo, oppure di Governo, perché non saranno certo le micro-operazioni di facciata a cui stiamo assistendo nei penitenziari, che potranno concretizzare le parole spese da quel 31 maggio fino alla nomina di Basentini.

Intervento di ANtonino Di Matteo al Convegno "Questioni e visioni di giustizia - Prospettive di Riforma"



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n. 0


Per quanto riguarda la lotta alle mafie nel settore penitenziario basterebbe applicare la legge del 2009, nel famoso pacchetto giustizia di quella legge fu votato all’unanimità (tutti i gruppi politici)l’articolo che stabilizzava il regime speciale del 41 bis e prevedeva una serie di misure per rendere quasi impossibile i contatti tra di loro e l’esterno. Fatevi dire dall’attuale incolpevole ministro che cosa è stato fatto in dieci anni.

Di  Alfonso Mattiello  (inviato il 30/11/2018 @ 10:25:36)




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